Uscito con grande scalpore nel settembre 1969, questo libro è rimasto per decenni irreperibile nelle librerie. In questa rilettura in chiave moderna del mito di Orfeo ed Euridice, Buzzati ci parla di se stesso, concentrando in 208 tavole a colori tutti i temi a lui più cari, a partire dall’eterno dialogo tra la vita e la morte. Attraverso un raffinato gioco di citazioni e autocitazioni, l’omaggio ad artisti di ogni epoca, la contaminazione di generi, queste pagine svelano l’intero universo creativo di Dino Buzzati, i suoi riferimenti culturali, le fonti di ispirazione, le suggestioni infantili, gli interessi di adulto, il metodo di lavoro. Facendo di Poema a fumetti un libro che ne racchiude in sé molti altri, come solo i capolavori possono fare.


Poema a fumetti è quello che oggi chiameremmo un retelling, cioè una rivisitazione del mito di Orfeo ed Euridice: parrebbe niente di che, a parte l’immensità di un’opera capace di colpire chi legge a ogni pagina.

Dico: ma qui che cosa vi manca?

Quasi niente. Da qualche tempo

hanno messo perfino la tv a colori.

Però manca il più importante:

la libertà di morire.

Penso che questa sia una delle opere più belle che abbia mai letto sulla morte – e di conseguenza sulla vita. Per descrivere Poema a fumetti mi verrebbe da scrivere una sfilza di aggettivi tale da far impallidire qualunque espertə di scrittura: quindi, per la loro salute, mi limiterò a usarne uno solo. Umano. Buzzati, con le sue parole e i suoi disegni, riesce a farci sentire la nostra umanità, a farcene dolere e a farcene rallegrare allo stesso tempo.

Non è che soffrissero anzi erano solamente hop hop

solamente vuoti perché marciavano camminavano

cosavano ma la strada non finiva mai

Vista la disillusione con la quale Buzzati guarda all’eternità dopo la morte, non mi sorprende il suo ateismo (e se il tema vi affascina non solo da un punto di vista religioso, vi consiglio L’infinito di John D. Barrow). L’infinito è un concetto strano, ci sembra familiare, e anche rassicurante a volte, ma allo stesso tempo nasconde delle insidie: ecco, Buzzati ci racconta molto di queste ultime, di quanto non avere un’ultima porta, ma un infinito aldilà non sia quella condizione desiderabile che saremmo portatə a credere.

Oh, la perduta angoscia, gli incubi, l’angustia, i dolori sociali perduti

tutti sani, qui, uguali, appagati.

Cara infelicità!

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