Pubblicato postumo nel 1966, a oltre vent’anni dalla morte dell’autore, e senza mai aver ricevuto una versione definitiva, “Il Maestro e Margherita” venne subito salutato come uno dei classici irrinunciabili del Novecento. Romanzo assolutamente atipico e dalle infinite chiavi di lettura, in cui si intrecciano, come negli incastri di scatole magiche, una feroce satira delle ‘anime morte’ della grigia burocrazia moscovita degli anni ’20, le ultime ore dell’esistenza di Cristo nel racconto di Pilato e l’amore tra il Maestro e Margherita, il capolavoro di Bulgakov è uno di quei rari libri in cui la densità di significati è pari soltanto alla sfrenata libertà dell’immaginazione. Meditazione sul rapporto e la lotta tra il bene e il male, sulla responsabilità individuale, sul significato della creazione artistica, “Il Maestro e Margherita” trascende ognuno di questi aspetti per fonderli in un’opera di sovrana ambiguità che è la celebrazione della potenza creatrice della Fantasia e dell’Arte.


Il Maestro e Margherita è uno di quei romanzi così densi da farmi guardare con sconforto alla pagina bianca che dovrei riempire di affermazioni sagaci su un grande classico della letteratura. Purtroppo tutto quello che mi viene da scrivere al riguardo è: leggetelo! Cosa che, oltre a non farmi vincere il premio di Blogger Originale dell’Anno, non vi metterà addosso nessuna curiosità di leggerlo…

Potrei raccontarvi che questa è la terza volta (credo) che leggo Il Maestro e Margherita. La prima volta era molto giovane e ne ho apprezzato soprattutto l’aspetto fantastico e umoristico. Come si fa a non ridere delle trovate di Behemoth e Korov’ev? O di Margherita che svolazza nei cieli di Mosca e finisce per devastare l’appartamento dell’odioso Latunskij? Allo stesso modo si apprezza il lato fantastico, con la presenza di Woland/Satana e del suo seguito, delle streghe e della presenza del Bene e del Male, che si stanno antipatici, ma sotto, sotto lavorano insieme.

La seconda volta, invece, penso di essere rimasta colpita soprattutto dalla critica feroce di Bulgakov all’Unione Sovietica: in particolare, il mondo della cultura, appiattito sulle posizioni più compiacenti al regime. Il romanzo si apre proprio con una discussione su come vada modificato un poema antireligioso per essere soddisfacente. Per farvi un’idea di quanto pungesse la critica di Bulgakov vi basterà sapere che nel 1941 venne pubblicato (postumo) in maniera pesantemente censurata e rimaneggiata in Urss e che bisognerà aspettare il 1973 per averne la versione integrale.

Questa volta – la terza – ho riflettuto sull’idea che la viltà sia il peggiore dei peccati. È vero, la nostra vigliaccheria potrebbe distruggere la vita di qualcun’altrə; è vero anche che a volte si è vili non per mancanza di coraggio, ma per pigrizia, noncuranza, o perché quella mattina ci siamo svegliatə male. E allora vedere conseguenze drammatiche al nostro non-agire non ci piace e vorremmo tornare indietro, quando ancora si poteva fare qualcosa di buono. Vorremmo essere sempre eroicə, ma a volte siamo carnefici: inutile incazzarsi con chi ce lo fa notare. Per quanto faccia male, potrebbe avere ragione.

E allora?

Bulgakov ci offre le sue risposte, declinandole in più di una situazione. Lascio volentieri a lui l’onore di presentarvele.

5 stars smaller

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