Clarissa Dalloway, moglie di un deputato conservatore, prepara la sua festa per la sera; Septimus Warren Smith, sopravvissuto alla “grande guerra”, nel frattempo passeggia con la moglie Rexia a Regent’s Park in preda ai suoi deliri. Nulla sembra legare i due, se non la città di Londra. I due senza incontrarsi, ma passando per gli stessi luoghi, tessono il filo sottile di corrispondenze, di echi ed emozioni che crea il romanzo.


Ho letto questo romanzo con le ragazze di LiberTiAmo e ne sono rimasta assolutamente entusiasta: così tanto che, sebbene ci siano state delle pagine meno efficaci di altre, ho deciso di arrotondare la valutazione a cinque stelline piene.

La signora Dalloway è uno dei più intensi romanzi sulla vita che abbia mai letto. Non immaginatevi, però, melense disquisizioni sul senso della vita, inni naïf a quanto sia bello stare al mondo sempre e comunque o splendenti luci alla fine del tunnel. Woolf è riuscita a raccontare la vita nel suo sublime mix di estasi e terrore attraverso i monologhi interiori dei suoi personaggi: in particolare, quelli di Clarissa Dalloway, intorno alla vita della quale sembrano gravitare tutti quanti, e di Septimus, che invece pare assorbire nella sua visione oscura anche sua moglie Rezia.

Ed eccoli qui i due estremi del romanzo: la vita di Clarissa e la morte di Septimus. Due estremi che alla fine dovranno incontrarsi e toccherà a Clarissa accettare la morte come una cosa della vita: spaventosa eppure desiderata, la morte fa parte della grandezza della vita, quella grandezza che ci lascia sempre senza fiato, attoniti ed emozionati per qualcosa che non riusciamo ad esprimere con le parole.

Ma c’è qualcosa che, invece, non è accettabile: violentare le anime altrui, imponendo loro il proprio Equilibrio e costringendoli alla Conversione, le due divinità malefiche seguite dalle figure negative di questo romanzo, William Bradshaw e Miss Kilman. Entrambi mascherano con belle parole (amore, dovere, altruismo) la pratica disumana di imporre agli altri la propria visione del mondo, la propria fede, la propria gabbia, senza esitare a distruggere dissidenti e scontenti, tutto in nome del potere (offre aiuto, ma anela al potere).

Woolf ci dice che ognuno di noi vive nella sua gabbia: Clarissa amava Sally ma ha sposato Richard. Perché? È la sua gabbia, dove si è infilata da sola, un po’ a causa della sua educazione, un po’ per convenienza e chissà che altro. Ma è la sua gabbia e si dispera quando vede sua figlia Elizabeth passare troppo tempo con Miss Kilman. Virginia Woolf sapeva bene cosa volesse dire essere una donna in un mondo così patriarcale, ma, se tutt* dobbiamo stare in una gabbia, che almeno sia la nostra gabbia e non quella nella quale ci ha chiuso qualcun altro.

5 stars smaller

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