Quando Lucy Snowe ottiene il posto di istitutrice in un collegio femminile in Belgio, per la prima volta la fortuna sembra sorriderle. Orfana e indigente, timida e sgraziata, per la ragazza quel trasferimento oltremanica è l’occasione per lasciarsi i grigi sobborghi inglesi alle spalle e ricominciare da zero. Ma iniziare una nuova vita non è un’impresa da poco: arrivata a Villette – città immaginaria plasmata da Charlotte Brontë sul modello di Bruxelles –, in un ambiente che le è estraneo, senza parenti né amici, Lucy ci mette del tempo a superare l’iniziale spaesamento e a prendere in mano le redini della propria esistenza. Grazie alla propria forza di carattere, la giovane riesce a guadagnarsi la stima dell’autoritaria direttrice del collegio, Madame Beck, e a entrare in confidenza con suo cugino, il professor Paul Emanuel, un uomo gentile e brillante ma poco portato per la vita mondana a causa del suo temperamento focoso. E proprio nel momento in cui tra i due sembra essere scoccata la scintilla di un’intensa e tormentata storia d’amore, arriva a Villette John Bretton, affascinante amico d’infanzia di Lucy, che costringerà la ragazza a fare i conti con i dubbi e le scelte che s’impongono a ciascuno di noi quando cerca il proprio posto nel mondo.


Inizierò questa recensione dicendo che Villette è stata una sfida: suppongo che, se non avessi partecipato al GdL di LiberTiAmo, non l’avrei mai letto, visto che non è il tipo di romanzo che solitamente rientra nel mio raggio di interesse.

In effetti, soprattutto nell’ultima parte, il mio interesse è drasticamente calato in zona “muoviti a finirlo o finirai per russarci sopra”, perché io tutte quelle menate amorose e tutti quei patemi che partono in quarta prima ancora di leggere la prima riga di una lettera proprio non li reggo. Quindi, ecco, non credo di essere in grado di dare un giudizio onesto su quella parte, visto che l’unico pensiero che ha partorito il mio cervello è stato: noia, noia, noia.

Quello che ho maggiormente apprezzato di Villette è stata la capacità dell’autrice di tratteggiare i personaggi tramite la protagonista, Lucy Snowe: infatti, la parte che ho apprezzato di più del romanzo è stata proprio la prima, dove Charlotte Brontë usa questa abilità con prodigalità.

A proposito della protagonista, devo dire che Lucy Snowe mi ha messo a dura prova e un po’ mi ha anche fatto vergognare. Lucy, infatti, sembra sempre troppo controllata, fredda e timorosa di farsi coinvolgere in qualunque tipo di relazione, anche di sola amicizia: è davvero difficile in alcuni momenti essere solidali con lei. Poi, però, penso che stiamo parlando di una donna sola, nell’Ottocento, e mi sento una merda alla sola idea di averla giudicata così male e provo una certa insofferenza nei confronti dell’autrice che non ci ha mostrato perché Lucy si sia ritrovata tanto a mal partito, ma ha preferito rintronarci con pagine e pagine di amoreggiamenti.

Anzi, è probabile che Lucy sia una delle eroine più forti della quale abbia letto: non affronta indicibili pene d’amore o chissà quali ostacoli che la separano dal suo innamorato. No, Lucy Snowe affronta a testa alta e schiena dritta tre delle paure che più ce la fanno fare sotto: quella della solitudine, della morte e dell’assenza di ogni speranza nel futuro. Non è affatto una fanciulla tremebonda e, anche se sa che molti non approverebbero il suo comportamento o ne riderebbero, a lei non interessa: quelle sono le sue scelte ed è decisamente intenzionata a difenderle e a tenersele ben strette, qualunque cosa dicano i saputelli di turno. Me inclusa.

3 stars smaller

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