Layne Cantrell non è un principe azzurro.
Per uno scherzo del destino, però, è nato nel Regno Capitale, patria dei principi azzurri, e come se non bastasse la sua famiglia l’ha praticamente inventata la professione, molti anni or sono: Arcival Cantrell, il primo paladino, colui che salvò il regno dai pirati, colui che sconfisse il drago, colui che… bla bla bla.
Ci sono così tante leggende sul suo conto che in ognuna ha i capelli di un colore diverso e la sua principessa non ha mai lo stesso nome.
Sono solo storie, ma purtroppo il padre di Layne non la pensa allo stesso modo.
Lui sì che è un vero principe azzurro, anche se ormai tende al giallino – sapete, è un po’ itterico. Be’, fatto sta che crede ciecamente nella superiorità della sua famiglia ed è convinto che non possa fallire. Mai.
Layne invece fallisce. Spesso.
Fa uscire suo padre di senno.
Dopo anni di delusioni, però, l’anziano principe è riuscito a incastrare suo figlio: l’ha iscritto all’Accademia per Principi Azzurri™, “un pozzo senza fondo dove i sogni se ne vanno a morire” – secondo Layne – nel quale spera che gli venga la voglia di essere un principe azzurro per davvero.
Del resto, cosa può essere più efficace che vivere in cattività assieme ad altri cento ragazzotti sudati pronti a compensare qualsivoglia mancanza con spade d’acciaio.
Quello che Layne non sospettava è che proprio suo padre, IL principe azzurro, sarebbe scomparso in mezzo al deserto.
Quello che nessuno sospettava è quanto rapidamente possano mischiarsi i colori quando tutto va a rotoli.
Perché tutto rotolerà.
Oh, se rotolerà.


2019 RHC, Task 4: Un libro umoristico

Spesso alla fine della lettura di un libro di un esordiente finisco per lamentarmi per la mancanza di idee che ne sostengano la storia: mi sono proprio stufata di tutti questi romanzi nati dalla passione per un certo genere e che finiscono per darti solo una sgradevole sensazione di contraffazione.

Non tutti i principi nascono azzurri, invece, partiva con l’idea di prendere in giro gli ideali da Principe Azzurro e all’inizio mi ha molto divertito. Peccato che dalla metà si sia perso e mi abbia molto deluso, ritornando nei soliti (e comodi) ranghi dell’Eroe che salva la situazione.

Gatti dice di ispirarsi a giganti della letteratura come Douglas Adams e Terry Pratchett, ma c’è un elemento fondamentale che lo distingue dai suoi maestri: non è riuscito a mantenere la parodia del genere fino alla fine. I romanzi di Adams e Pratchett mantengono la sovversione dei cliché fino alla fine, stimolando così la mente dellə lettère, mentre Gatti a un certo punto si arrende e fa del suo protagonista l’Eroe – un eroe un po’ per caso e un po’ senza né arte né parte, ma pur sempre un eroe.

Mi ha ricordato di più i romanzi di Eddings che, con la saga di Belgariad, ha scritto una versione più scanzonata delle storie di Tolkien, in un periodo nel quale pareva impossibile scrivere un fantasy che non rimandasse profondamente alla Terra di Mezzo. Ora, da allora – anni Ottanta, per chi se lo stesse chiedendo – è passata parecchia acqua sotto i ponti e siamo in un momento storico nel quale c’è molta fame per storie che non usino i soliti schemi.

Quindi abbiate più coraggio quando scrivete e preoccupatevi anche di fare del lavoro su voi stessə: per giocare con i cliché nelle storie occorre prima essere capaci di vederli e di costruire un’alternativa valida.