«Sei fortunata» si sentì dire Alice dal poliziotto che raccolse la deposizione dopo lo stupro da lei subìto quando aveva 19 anni. «Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa». Il senso di questa controversa fortuna è il tema sul quale l’autrice torna sistematicamente nel corso del suo libro che è a un tempo drammatica testimonianza, lucida e spregiudicata indagine sulla violenza e le sue conseguenze e sconcertante ritratto autobiografico, denso di candore e acutezza psicologica, anticonformista e ironico, pieno di dolore e legittima ribellione. Alice, condannata dalla violenza alla solitudine e alla discriminazione, costretta a vivere in un mondo che ha solo due colori, ciò che è sicuro e ciò che non lo è, “rovinata” agli occhi di familiari, amici e fidanzati, riuscirà con coraggio a superare prove durissime per vivere in un mondo dove orrore e amore convivono. Lucky è anche un resoconto illuminante sulla tortuosa e insolita genesi di un talento letterario tra i più innovativi della scena letteraria internazionale.


Ero fortunata; la gente teneva per me.

In questa frase c’è tutta l’essenza di questo memoir nel quale Alice Sebold racconta del suo stupro e di quello che ne è seguito; di come sia facile non essere credute subito quando si denuncia una violenza sessuale; di come nessunə ti crederà mai se non rispetti i requisiti della vittima ideale.

Quando fu violentata, Sebold era vergine, non indossava vestiti provocanti, era una tranquilla studentessa, veniva da una famiglia acculturata; aveva provato a difendersi e il suo corpo portava diverse tracce di violenza; il suo stupratore era un uomo nero con dei precedenti. Basta essere un agnello aggredito (o, addirittura, ucciso) da un lupo cattivo e la gente sarà dalla tua parte.

E se non lo sei?

Sebold non lo dice mai esplicitamente, ma non ha bisogno di farlo: i fatti parlano da soli. Ancora troppa gente (e molta ricopre ruoli istituzionali) non è disposta a credere alle vittime e a ritenere responsabile lo stupratore. Ancora troppa gente ritiene la donna violentata parimenti, o interamente, colpevole della violenza subita perché i suoi atteggiamenti non sono stati abbastanza innocenti, i suoi vestiti abbastanza casti, la sua vita sessuale abbastanza morigerata. Come se la donna più disinibita e provocante andasse in giro non aspettando altro che poter essere violentata. Come se la pudicizia abbia mai salvato una donna dalla violenza degli uomini.

Fa incazzare pensare che ancora oggi Sebold sarebbe una donna fortunata: per essere sopravvissuta alla violenza sessuale, per aver trovato le parole per raccontarla e per aver trovato persone disposte ad ascoltarla e crederle. Fortunata in circostanze dove non dovrebbe esserci fortuna, ma una rete di solidarietà pronta ad accogliere e sostenere le vittime.

E invece…

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