Buon lunedì, prodi seguaci!

Ho iniziato a leggere Lucky di Alice Sebold ed è incisivo e crudo tanto quanto il titolo. Ve ne lascio un lungo estratto, dove l’autrice racconta di una conversazione avuta con suo padre dopo lo stupro: sembra davvero inconcepibile, eppure…

Non ricordo come venne fuori l’argomento; fatto sta che monopolizzò subito la conversazione.

Il tema era l’arma dello stupratore. Forse stavo parlando del fatto che la polizia aveva trovato i miei occhiali a poca distanza dal coltello, vicino al vialetto di mattoni.

«Cosa significa? Che nella galleria il coltello non ce l’aveva?» domandò papà.

«No» risposi.

«Forse non ho capito bene».

«Cosa c’è da capire, Bud?» chiese mamma. Può darsi che dopo vent’anni di matrimonio sapesse già dove voleva andare a parare. Magari in separata sede mi aveva già difeso davanti a lui.

«Come ha fatto a violentarti, se non aveva il coltello?».

A tavola la mia famiglia poteva discutere animatamente di qualunque argomento. Fra i vari oggetti del contendere, uno dei nostri preferiti era l’ortografia o la definizione corretta di un vocabolo e non era inconsueto che qualcuno trascinasse in sala da pranzo l’Oxford English Dictionary, anche nei giorni di festa o in presenza di ospiti. Webster, il barboncino, era stato chiamato così in omaggio al dizionario omonimo, il paciere più maneggevole dei due. Stavolta, però, la discussione avveniva all’insegna di una netta divisione fra maschio e femmine: fra due donne, mia madre e mia sorella, da un lato e, dall’altro, mio padre.

Mi resi conto che se lo avessimo ostracizzato, i miei rapporti con lui si sarebbero guastati irrimediabilmente. Benché mamma e Mary gli gridassero di tacere per difendermi, dissi che quella faccenda volevo gestirla io. Poi chiesi a mio padre di venire con me al piano di sopra. Mia madre e mia sorella erano talmente arrabbiate con lui che avevano il viso paonazzo. Ma papà era come un bambino convinto di capire le regole del gioco, che si spaventa quando gli altri gli dicono che sbaglia.

Salimmo in camera di mamma. Lo feci sedere sul divano e presi posto di fronte a lui sulla sedia della scrivania.

«Non voglio aggredirti, papà» esordii. «Voglio solo che tu mi dica perché non capisci e proverò a spiegarti».

«Non capisco perché non hai tentato di scappare» rispose lui.

«Ci ho provato».

«Ma come faceva a violentarti se tu non glielo lasciavi fare?».

«Sarebbe come dire che l’ho voluto».

«Dentro la galleria quello non aveva il coltello».

«Papà» dissi io «rifletti: non sarebbe fisicamente impossibile violentarmi e picchiarmi tenendo sempre un coltello in mano?»

Lui ci pensò su un attimo e sembrò darmi ragione.

«Perciò» proseguii, «durante uno stupro è raro che l’arma sia sempre puntata in faccia alla donna. Quello mi ha sopraffatto, papà. Mi ha picchiato. Non potevo volere una cosa del genere, è impossibile».

Quando mi rivedo in quella stanza non so come ho fatto a essere così paziente. Posso solo concludere che la sua ignoranza mi risultava inconcepibile. Ero sconvolta, ma avevo un bisogno disperato che mi capisse. Quale altro uomo poteva farlo se non mio padre, che palesemente lo voleva?

Papà non afferrava cosa avevo passato, o come poteva essermi successo quello che mi era successo senza qualche complicità da parte mia. La sua ignoranza mi bruciava e mi brucia tuttora; ma non gliene faccio una colpa. Anche se non capiva fino in fondo, per me fu fondamentale uscire da quella camera sapendo quanto era stato importante per lui che lo avessi portato lì e avessi cercato per quanto possibile di rispondere ai suoi interrogativi. Io gli volevo bene, lui ne voleva a me e la comunicazione fra noi era imperfetta. Non mi sembrava così drammatico. In fin dei conti, mi ero aspettata che la notizia dello stupro gettasse i miei nella disperazione. Invece tiravamo avanti e, in quelle prime settimane, bastava così.

«Sei fortunata» si sentì dire Alice dal poliziotto che raccolse la deposizione dopo lo stupro da lei subìto quando aveva 19 anni. «Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa». Il senso di questa controversa fortuna è il tema sul quale l’autrice torna sistematicamente nel corso del suo libro che è a un tempo drammatica testimonianza, lucida e spregiudicata indagine sulla violenza e le sue conseguenze e sconcertante ritratto autobiografico, denso di candore e acutezza psicologica, anticonformista e ironico, pieno di dolore e legittima ribellione. Alice, condannata dalla violenza alla solitudine e alla discriminazione, costretta a vivere in un mondo che ha solo due colori, ciò che è sicuro e ciò che non lo è, “rovinata” agli occhi di familiari, amici e fidanzati, riuscirà con coraggio a superare prove durissime per vivere in un mondo dove orrore e amore convivono. Lucky è anche un resoconto illuminante sulla tortuosa e insolita genesi di un talento letterario tra i più innovativi della scena letteraria internazionale.

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