In questo romanzo rivive la gloriosa e indomita resistenza opposta alle soverchianti forze turche, tra il luglio e il settembre 1915, da cinquemila armeni rifugiatisi sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Vero poema in prosa esso è considerato la più matura creazione nel campo della narrativa dello scrittore austriaco.


Dopo aver postato citazioni su citazioni (soprattutto su Twitter) in corso di lettura, finalmente ho finito I Quaranta Giorni del Mussa Dagh e riesco a postarne la recensione giusto, giusto nel giorno in cui si commemora il genocidio degli armeni, che costò la vita a un milione e mezzo di persone tra il 1915 e il 1916.

Franz Werfel ha scritto un romanzo poderoso su una vicenda particolare del genocidio degli armeni, cioè la storia della popolazione di sette paesi (circa cinquemila persone) che si rifugiò sul Mussa Dagh e si oppose alla deportazione, resistendo appunto quaranta giorni all’offensiva dell’Impero Ottomano e finendo per essere in gran parte salvata da una nave francese.

Non vi so dire quanto I Quaranta Giorni del Mussa Dagh rispetti gli eventi storici: sicuramente, ci sono ampie parti molto romanzate ed è un’opera di largo respiro che credo, nella mente di Werfel, volesse ridare dignità umana a un popolo sul quale si era infierito in maniera così crudele e disumana. In questo senso, la storicità passa in secondo piano rispetto all’epicità, all’idea che un gruppo di umani oppressi, se lo desidera davvero, può unirsi e resistere contro un oppressore tanto più potente e ben equipaggiato.

Questa epicità la fa da padrona anche nella caratterizzazione dei personaggi, che più che concentrarsi nelle sfaccettature del singolo cerca di dipingere la varietà umana riscontrabile in ogni gruppo, facendo sì che ogni personaggio, anche quelli meno gradevoli, un po’ ci assomigli. In questo modo si segue con trepidazione le storie particolari di tuttə, le quali formano il puzzle della complessità umana.

L’ho trovato un gran romanzo, uno di quelli che, nonostante la mole, leggi con disinvoltura, macinando pagine su pagine senza neanche rendertene conto.

«Riflettiamo! In quest’ora milioni di uomini in tutto il mondo stanno nelle trincee come noi. Aspettano la battaglia o combattono, sono feriti, muoiono, come noi. Questo è l’unico pensiero che mi calma e mi conforta. Quando penso a questo, non sono peggiore, non sono più vile di uno di quei milioni. E così come me, tutti noi! Se combattiamo, non siamo più fango che imputridisce in qualche campo lungo l’Eufrate. Se combattiamo, abbiamo onore e dignità. Perciò non possiamo vedere null’altro davanti a noi né volere null’altro che la battaglia».

4 stars smaller

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