Buona Giornata Mondiale del Libro, prodi seguaci!☀️

Questo fine settimana ho continuato a leggere I Quaranta Giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel e – wow! – che gran lettura! Sono proprio contenta di essermi decisa a leggerlo (anche se alla fine mi servirà una bella dose di letture leggere per riprendermi)…

Il medico e il sacerdote camminavano tra le file dei due ospedali. Altuní doveva pronunziare sopra ogni malato la sentenza di vita o di morte. Solo nei casi evidentemente disperati egli si decideva subito. In questi casi si poteva accorciare la vita di uno o due giorni. Ma se su qualche volto, se in qualche polso trovava ancora una traccia di avvenire, cominciava a lottare in favore del malato, specialmente se si trattava di giovani. Il sacerdote appariva meno pietoso del medico. Secondo lui l’uomo possedeva questa vita e l’eterna. Questa terrena, fin tanto che si viveva, non era meno importante di quella. Ma chi la perdeva per via naturale non perdeva molto, anzi doveva ancora stimarsi fortunato che la sua anima eterna non fosse danneggiata dallo spavento infernale dell’assassinio. Il medico invece credeva solo a questa vita e non a quella. Chi perdeva questa vita, perdeva a parer suo non solo non molto, ma nulla. Viceversa però questo nulla era anche tutto. Nessuno aveva altro da perdere che questo Tutto-Nulla. L’importante era di sapere quale valore l’individuo stesso vi attribuisse. Ora Bedrós Hekím non sapeva ad esempio come valutasse la propria vita quella giovane donna lì ai suoi piedi, che lo fissava con occhi brillanti, quasi traboccanti. Forse, anche se non guariva, poteva godere ancora cinque minuti di qualche felicità terrena. Perciò esitava, lo sprezzatore della vita. Per Ter Haigazún invece i cinque minuti di felicità di quella donna non significavano nulla in confronto ad un puro ingresso nell’eternità.

In questo romanzo rivive la gloriosa e indomita resistenza opposta alle soverchianti forze turche, tra il luglio e il settembre 1915, da cinquemila armeni rifugiatisi sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Vero poema in prosa esso è considerato la più matura creazione nel campo della narrativa dello scrittore austriaco.

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