Mario Jiménez, un giovane pescatore, decide di abbandonare il proprio lavoro per diventare il postino della Isla Negra, nella quale l’unica persona che riceve e invia corrispondenza è il grande poeta Pablo Neruda. Mario ammira Neruda e vorrebbe che il poeta gli dedicasse un libro e che la loro relazione fosse qualcosa di più di un educato scambio di battute con mancia finale. Quando il suo desiderio diventa realtà, tra i due nasce un’amicizia che conduce Neruda a strane, e apparentemente poco poetiche, avventure. Nel frattempo, il clima politico del Cile di quegli anni fa precipitare gli eventi…


Il postino di Neruda, dal quale è stato liberamente tratto Il postino, l’ultimo film di Massimo Troisi, è un romanzo bizzarro: molto breve – si legge in un soffio – e apparentemente privo di elementi memorabili, eppure permanerà nella vostra mente anche dopo la fine della lettura.

È un romanzo che per gran parte delle sue pagine si svolge con un tono scanzonato e ironico: infatti, sebbene si abbia ben presto sentore (anche per gli evidenti riferimenti alla storia cilena e alla presenza di un poeta come Neruda) che gli eventi avranno una svolta drammatica, non è affatto amarezza ciò che mi ha trasmesso. Neanche il caffè amaro con il quale si conclude il romanzo c’è riuscito.

Piuttosto, l’ho trovato un libro consolatorio: si parla di come la poesia accenda gli animi delle persone e riesca a dar loro la spinta per credere in un sogno e magari anche la forza per cercare di realizzarlo. Mario Jiménez non può che farci simpatia mentre succhia linfa poetica da Neruda che, sebbene guardi con affetto a questo suo nuovo amico, non può fare a meno di cercare di mettere un freno ai suoi entusiasmi («La poesia non è di chi la scrive, ma di chi la usa!» – «Questa bella frase democratica mi piace molto, ma non spingiamo la democrazia tanto oltre da mettere ai voti chi debba essere il padre all’interno della famiglia»).

La poesia, infatti, può essere pericolosa: lo sa bene Rosa González, che l’apprezza, ma ne conosce bene il potere persuasivo. Prova a mettere in guardia la figlia, a strigliare Neruda e a guardare in cagnesco Mario, ma invano. La poesia è forte e, quando domina i sentimenti, non c’è ragione che tenga…

Così diceva Neruda, ricevendo il Premio Nobel per la letteratura:

«Esattamente cento anni fa, un povero splendido poeta, il più grande e atroce dei disperati, scrisse questa profezia: A l’aurore, armés d’une ardente patience, nous entrerons aux splendides villes. “All’alba, armati di ardente pazienza, entreremo nelle città splendide”.
«Io credo in questa profezia di Rimbaud, il veggente. Io vengo da un’oscura provincia, da un paese che la geografia ha separato di netto dagli altri. Fui il più derelitto dei poeti, e la mia poesia fu regionale, dolorosa e piovosa. Ma ho sempre avuto fede nell’uomo. Non ho mai perso la speranza. Perciò sono arrivato fin qui, con la mia poesia e la mia bandiera.
«In conclusione devo dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti, che l’intero avvenire è espresso in quella frase di Rimbaud: soltanto con ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini.
«Così, la poesia non avrà cantato invano».

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