Igiaba Scego nel suo romanzo ci racconta la storia di una donna matura, Adua, che vive a Roma da quando ha diciassette anni. Adua è una Vecchia Lira, così i nuovi immigrati chiamano le donne giunte nel nostro paese durante la diaspora somala degli anni Settanta. Ha da poco sposato un giovane immigrato sbarcato a Lampedusa e ha con lui un rapporto ambiguo, fatto di tenerezze e rabbie improvvise. Adua è a un bivio della sua vita: medita di tornare in Somalia, paese che non ha più visto dallo scoppio della guerra civile. Ormai è sola Roma (la sua amica Lul è già rientrata in patria), per questo confida i suoi tormenti alla statua dell’elefantino del Bernini che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva. Piano piano racconta a questo amico di marmo la sua storia: suo padre Zoppe, ultimo discendente di una famiglia di indovini, lavorava come interprete durante il regime fascista e negli anni Trenta baratta involontariamente la sua libertà con la libertà del suo popolo. Adua, fuggita dai rigori paterni e dalla dittatura comunista, approda a Roma inseguendo il miraggio del cinema.
Romanzo a due voci, quella di un padre e di una figlia, Adua indaga il loro rapporto impossibile e ci racconta il sogno di libertà che ha consumato in modi e tempi diversi le vite di entrambi.


2018 RHC, Task 9: Un libro di letteratura coloniale o post-coloniale

Adua è un romanzo fatto di immagini e sensazioni: più che raccontare la situazione attuale dei migranti (o, comunque, quella di qualche anno fa) nel nostro Paese e delle violenze colonialiste perpetrate dall’Italia nel Corno d’Africa durante il fascismo, cerca di mostrarcele e farcele sentire.

In questo senso, Adua è un romanzo riuscito: nelle sue pagine, ci sono speranze, delusioni, regressioni, inganni, violenze e tradimenti e tutto arriva con immediatezza, senza darti la possibilità di rimanere indifferente. Tuttavia, durante la lettura mi sono chiesta se queste immagini potessero colpire chiunque allo stesso modo. Ovviamente, parlando in generale, la risposta dovrebbe essere negativa: siamo persone diverse e rimaniamo colpite da narrazioni diverse. Nello specifico di questo romanzo, però, mi sono chiesta se non richiedesse troppe informazioni pregresse alla lettrice e al lettor* non tanto per essere compreso, ma per dare la giusta forza alle immagini e alle sensazioni che vuole trasmettere.

È stata una precisa scelta dell’autrice quella di non soffermarsi sulle vicende storiche («volevo trasformare gli eventi storici in emozioni, visioni, vissuti» dice Scego nella Nota storica), però nella pressoché ignoranza italiana di quella vergognosa pagina della nostra storia non so quanto sia stata una scelta felice. È vero che una persona può sempre andarsi a informare dopo aver letto il romanzo, ma lo farà se il romanzo stesso non l’ha colpita come avrebbe fatto dando più informazioni? Boh, il cane che si morde la coda…

È comunque un libro che ho apprezzato tanto e che mi ha tenuto incollata alle pagine fino alla fine e che mi ha fatto venire voglia di leggere altro di Scego – e anche tanta altra letteratura post-coloniale italiana, che spero l’immigrazione dal Corno d’Africa e dalla Libia renda un genere in espansione: così magari la finiremo di nascondere questa parte della nostra storia…

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