Buon lunedì, prodi seguaci!🌻🌻🌻

Anche voi, come me, sentite una certa disperazione per questo risultato elettorale? Cerchiamo di metabolizzarla in fretta perché temo ci servirà essere forti…❤🧡💛💚💙💜

Veniamo a noi: è quasi una settimana che non scrivo nulla😱 (e – manco a dirlo – sono rimasta indietro di nuovo a leggere tutti i vostri bei post… di nuovo), ma febbraio è stato proprio un mese di cacca. Infatti, ho letto solo uno dei libri che mi ero prefissata di dedicare alla 2018 Read Harder Challenge (Let’s talk about love di Claire Kann), ma spero di recuperare Death by the Riverside in tutto marzo.

Per questo mese ho deciso di cimentarmi nelle task 9 e 11. La prima stabilisce di leggere un libro di letteratura coloniale o post-coloniale e ho pensato di tuffarmi in qualcosa che parlasse del nostro passato colonialista e del nostro presente post-coloniale: così la scelta è ricaduta su Adua di Igiaba Scego (che seguo su Twitter, @casamacombo). Visto il clima italiano, sarà una lettura proprio interessante…


Igiaba Scego nel suo romanzo ci racconta la storia di una donna matura, Adua, che vive a Roma da quando ha diciassette anni. Adua è una Vecchia Lira, così i nuovi immigrati chiamano le donne giunte nel nostro paese durante la diaspora somala degli anni Settanta. Ha da poco sposato un giovane immigrato sbarcato a Lampedusa e ha con lui un rapporto ambiguo, fatto di tenerezze e rabbie improvvise. Adua è a un bivio della sua vita: medita di tornare in Somalia, paese che non ha più visto dallo scoppio della guerra civile. Ormai è sola Roma (la sua amica Lul è già rientrata in patria), per questo confida i suoi tormenti alla statua dell’elefantino del Bernini che regge l’obelisco in piazza Santa Maria sopra Minerva. Piano piano racconta a questo amico di marmo la sua storia: suo padre Zoppe, ultimo discendente di una famiglia di indovini, lavorava come interprete durante il regime fascista e negli anni Trenta baratta involontariamente la sua libertà con la libertà del suo popolo. Adua, fuggita dai rigori paterni e dalla dittatura comunista, approda a Roma inseguendo il miraggio del cinema.
Romanzo a due voci, quella di un padre e di una figlia, Adua indaga il loro rapporto impossibile e ci racconta il sogno di libertà che ha consumato in modi e tempi diversi le vite di entrambi.

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La task 11, invece, prevede di leggere un classico per bambini pubblicato prima del 1980 e la scelta è ricaduta su Bibi. Una bambina del Nord di Karin Michaëlis (pubblicato per la prima volta nel 1927). Non so molto di questo libro (sì, questo l’ho scelto un po’ a caso e non mi ricordo più perché sta nella mia LdLdL, visto che ce l’ho inserito nel 2015😅), ma sembra molto carino…


Bibi è una bambina danese con una grande fortuna: ha un papà capostazione e così ha i biglietti gratis per girare tutta la Danimarca. Veramente la gira anche in bicicletta, sui carri bestiame, o al seguito dei bovari. Sembrerebbe una vagabonda, ma non lo è: la sua curiosità la spinge a raccogliere mille informazioni su come vive la gente, sugli usi del passato; e poi è bravissima a disegnare, porta sempre un notes appeso al collo e lo riempie di schizzi. Ci sono animali da curare e Bibi gira con una cicogna ferita sottobraccio. Solo una cosa non ama: la nobiltà. Perché i suoi nonni conti che vivono in un castello si sono arrabbiati con la mamma quando ha sposato un capostazione, finché la mamma non ne è morta. La stessa Bibi aveva un nome nobile: Ulrica Elisabetta, ma l’ha scambiato con quello della sua amica Bibi. Bibi è un nome corto, ha un suono divertente e lei fa presto a firmare, quando scrive dai viaggi le tante lettere al suo papà.

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Che ne pensate? Fatemi sapere se li avete già letti, soprattutto il secondo: cosa mi devo aspettare? E mai come in questo caso: NIENTE PANICO!💪

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