Ci sono libri che danno pura gioia, facendo vibrare dentro di noi tutte le corde del nostro amore per la lettura: il racconto trascinante unito a temi che ci toccano nel profondo, la suspense e l’avventura e un sottile gioco letterario che stimola la nostra complicità, una documentata ricostruzione storica e il fascino di personaggi più grandi del reale, nati già immortali. È quel che capita con il romanzo di Björn Larsson: ci ritroviamo adulti a leggere una storia di pirati con lo stesso gusto dell’infanzia, riscoprendo quella capacità di sognare che ci davano i porti affollati di vascelli, le taverne fumose, i tesori, gli arrembaggi, le tempeste improvvise e le insidie delle bonacce, come anche il semplice incanto del mare e la sfida libertaria di ribelli contro il cinismo dei potenti. In più con la sorpresa di vederci restituito, in tutta la sua ambigua attrazione e vitalità, uno dei personaggi che davano a quell’infanzia l’emozione della paura: chi racconta in prima persona è Long John Silver, il temibile pirata con una gamba sola dell’Isola del Tesoro, fatto sparire da Stevenson nel nulla per riapparirci ora vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, intento a scrivere le sue memorie. E non è solo a quell’“e poi?” che ci veniva sempre da chiedere alla fine delle storie che risponde Larsson, è al prima, al durante, al dietro: com’era il mondo all’epoca della pirateria, i legami con il commercio ufficiale, la tratta degli schiavi, il contrabbando, le atroci condizioni dei marinai, i soprusi dei capitani, il codice egualitario dei pirati, le loro efferatezze e quelle contro cui si ribellavano, le motivazioni e le ingenuità dei grandi “gentiluomini di ventura”. Ma è a un personaggio letterario che è affidato il compito di rivelare la “verità”, un personaggio cosciente di esistere solo nelle parole, che dialoga in un pub di Londra con Defoe fornendogli notizie per la sua storia della pirateria, che risponde a Jim Hawkins dopo aver letto L’Isola del Tesoro, e che, in quel continuo gioco di rimandi, indaga sul rapporto tra realtà e invenzione, sete di vivere e bisogno di immortalità, solitudine e libertà, con la consapevolezza che non esiste altra vera vita di quella che raccontiamo a noi stessi.


Affinché possiate godervi a pieno questo romanzo, credo siano necessarie due premesse: la prima riguarda il fatto che per centinaia di pagine non troverete il John Silver che avete conosciuto ne L’isola del tesoro, visto che Larsson gli fa raccontare la sua vita a partire dalla giovinezza, quando non era ancora il pirata ambiguo e scafato che abbiamo imparato ad apprezzare.

La seconda premessa riguarda il fatto che abbiamo a che fare con un vecchio John Silver che racconta la sua vita perdendosi di tanto in tanto in derive filosofeggianti: fa molto anziano che ripensa al suo passato, ma poco romanzo suo pirati, quindi ritenetevi avvertit*…

La vera storia del pirata Long John Silver è un libro altalenante: a momenti ci si gusta un romanzo sui pirati e ci si butta a capofitto nell’azione e nell’avventura e a momenti si fissa lo sguardo sull’orizzonte monotono del mare in bonaccia, in attesa che il vento gonfi di nuovo le vele…

Non posso dire di essermi mai davvero annoiata durante la lettura (anche mentre la nave è pressoché ferma, a bordo succedono cose che possono distrarre dall’immobilità), però non è nemmeno un romanzo che ti si fissa nella memoria o che ti colpisce con particolare forza. Lo consiglio a chi ha voglia di andare per mare con i pirati, con la raccomandazione di non aspettarsi sempre il vento in poppa.

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