Perché tante persone amano la carta e disprezzano gli e-book? Come mai i cosiddetti “lettori forti” affollano i festival, dove in meno di un’ora gli scrittori sono costretti a riassumere il loro libro? E perché gli scrittori sembrano così entusiasti all’idea di prestarsi a questa banalizzazione pubblica? Esiste la possibilità di dare un giudizio critico obiettivo, a prescindere da chi siamo e da dove veniamo? Il copyright è davvero un diritto intoccabile? E la traduzione è un processo neutro o una rielaborazione che stravolge sempre l’originale? In fin dei conti, poi: qual è il vero motivo per cui scriviamo libri? Per quale motivo li leggiamo? Porsi domande, sollevare obiezioni, è il modo in cui Tim Parks scardina le più quiete sicurezze del mondo letterario. Quelle sicurezze che condividiamo un po’ tutti, che ci fanno sentire parte di una comunità nobile e salda: la comunità di chi ama leggere, scrivere, parlare di letteratura. Proprio a noi amanti dei libri si rivolge Parks: ironico, provocatorio e controcorrente, affronta i problemi ponendosi spesso in una posizione assolutamente inaspettata, ripartendo dalle basi, da quelle domande che paiono innocue, e che invece non lo sono affatto. Così, seguendo i brevi e densi capitoli di questo saggio, inizieremo a chiederci perché continuiamo a dare tanta importanza alle scelte degli anziani giurati del Nobel, o per quale motivo dobbiamo tutti quanti parlare degli stessi libri, affannandoci a leggere Jonathan Franzen, Haruki Murakami o qualsiasi altro imprescindibile autore del momento. In questo mondo sempre più interconnesso, anche la letteratura si ostina a pensarsi solo secondo una vocazione superficialmente internazionale: più che alla realtà locale o nazionale si mira all’esportabilità, alla traducibilità, in una rincorsa all’universale che rischia di produrre opere omogeneizzate, progressiste e rassicuranti, buone soltanto come argomento di conversazione. Forse, allora, chiedersi Di che cosa parliamo quando parliamo di libri è il primo passo per uscire da questa palude.


Di cosa parliamo quando parliamo di libri è uno dei rari casi in cui il titolo inglese, Where I’m Reading From, è meno suggestivo di quello italiano, che cita una famosa raccolta di racconti di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Inoltre, anche Di cosa parliamo quando parliamo di libri è una raccolta: non di racconti, ma di brevi saggi sui libri e su tutto ciò che gravita loro intorno.

È vero che non tutti i piccoli saggi di Tim Parks son riusciti con il buco, ma io vi consiglio tantissimo di leggere questo libro: affronta una serie di questioni – che ci si pone spesso e alle quali si danno sempre un po’ le stesse risposte – proponendo un punto di vista diverso e uno spunto di riflessione niente affatto banale. Il saggio dedicato al premio Nobel per la letteratura, per esempio, ha avuto una certa risonanza.

Il fatto è che Parks, oltre a essere un autore e traduttore, è anche un giornalista che scrive di libri: ha competenze tecniche che chi legge per piacere e poi butta giù due righe di opinioni in merito sul suo blog (come me) non ha e non è male dare una sbirciatina a fenomeni dei quali facciamo parte, spesso inconsapevolmente.

Certo, non c’è niente di male nell’apprezzare i celebratissimi Murakami o Franzen, ma nemmeno nell’avere una visione d’insieme di dove stia andando la letteratura e dove ci stia portando (perlomeno a noi lettrici e lettor*): per esempio, sono rimasta colpita dall’idea che uno scrittore appartenente a un Paese culturalmente lontano dal nostro debba sfrondare il suo libro di ogni caratteristica locale per poter sperare di avere un pubblico più vasto. Alcuni elementi, infatti, sarebbero comprensibili soltanto a chi ha un certo background (sociale, culturale, storico, e via dicendo) e questo renderebbe questi romanzi meno appetibili sul mercato internazionale. Di conseguenza, c’è da chiedersi se leggere letterature di altri Paesi in traduzione ci faccia davvero conoscere altre culture o sia solo un pretesto per rassicurarci…

Parks non dà una risposta alle questioni che pone: l’idea di Di cosa parliamo quando parliamo di libri è più quella di aprire un dibattito e vedere quali soluzioni saltano fuori. Smettere di tradurre letteratura straniera perché tanto ci risulta incomprensibile? Non mi pare una via perseguibile. Si potrebbe inserire un’introduzione o qualcosa di simile dove si spiegano alcune peculiarità di una certa cultura che il pubblico al quale ci si rivolge altrimenti troverebbe oscure. Lieviterebbero i costi del libro? Non so.

L’unica certezza è che Di cosa parliamo quando parliamo di libri mette in moto le rotelle del cervello: il che è una buona cosa.

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