Juan Preciado promette alla madre che sta morendo di tornare a Comala, a cercare il padre che non ha mai conosciuto e il cui profilo si tinge subito di violenza e di raggelante lontananza. Appena arrivato nei pressi del paese, incontra uno sconosciuto che, prima di scomparire, gli dice che in paese non vive nessuno e che Pedro Páramo è morto da molti anni. Ciò nonostante, come se fra le parole e l’esperienza ci fosse uno strano disguido, un’impalpabile ma protratta slogatura, Juan Preciado entra a Comala, ne incontra gli abitanti, ne ascolta le molte storie. Quella della morte di Miguel Páramo che cade da cavallo, unico figlio riconosciuto di Pedro ed erede innocente della sua sola hybris di rapina sessuale; quella del padre Renterìa, l’impotente di Dio, che non può né ricevere né dare l’assoluzione perché è stato travolto dalla sragione che doveva combattere; quella del delirio opaco e interminabile di Susana San Juan, l’unica donna verso cui Pedro Páramo provi una passione muta e ossessiva.Sono tutte storie con naufragio. Le storie, i personaggi, perfino le cose arrivano a Juan Preciado attraverso un ininterrotto svanire. L’unica cosa di vivo sembra, fino a un certo punto, proprio il racconto di Juan Preciado che percepisce il coro di quelle voci senza suono. Ma poi è Juan Preciado stesso ad annunciare la propria fine e a diventare da quel momento in poi solo un mormorio fra gli altri.
Nessuno come Rulfo ha saputo rendere la compresenza di passato e presente, a raccontare il tempo come eterno e circolare, in cui tutto ciò che sta succedendo è già successo, in cui la vita e la morte si intrecciano di continuo. I cicli vitali, il volgersi delle stagioni, il destino dell’uomo trovano in Rulfo un cantore eccezionale, non a caso venerato, e in parte ripreso, da tutti gli scrittori sudamericani dell’ultimo mezzo secolo. In uno dei suoi ricordi Gabriel Garcìa Marquez racconta questo aneddoto: «Álvaro Mutis salì a grandi falcate i sette piani di casa mia con un pacco di libri, separò dal mucchio il più piccolo e mi disse ridendo forte: “Leggi questa sciocchezza, cazzo, e impara!” Era Pedro Páramo. Quella notte non riuscii a dormire prima di aver finito di leggerlo per la seconda volta».


Pedro Páramo è uno di quei libri scarni dove ogni parola si trova là dove deve stare e forma un romanzo difficile da mettere giù finché non si è arrivat* alla fine. C’è un qualcosa di ipnotico nella prosa di Juan Rulfo, quasi come se fosse una formula magica lunga centoquaranta pagine.

E questa formula magica crea un luogo che è tipico della grande letteratura, quella che rimane immune o quasi al passaggio degli anni: si tratta di Comala, un paese messicano realmente esistente che Rulfo trasforma in un luogo-non-luogo dove il tempo si avvolge su se stesso fino a far coesistere passato e presente. Comala è dove tutto è già accaduto e al contempo deve ancora accadere, dove tutto è fissato eppure in continuo movimento, dove tutto è morto eppure ancora vivo. Comala è come un grande classico della letteratura: è ormai scritto, finito e legato a una certa epoca storica, eppure non ha smesso di vivere e raccontare la sua storia.

Pedro Páramo è davvero un romanzo notevole che consiglio a chiunque: oltre a fare largo uso del realismo magico che ormai associamo alla letteratura latinoamericana, Rulfo a volte sfocia nell’horror e nella storia di fantasmi, riuscendo a colpire con forza la nostra immaginazione con gli abitanti di un mondo devastato dall’arroganza e dalla prepotenza di Pedro Páramo, incurante dei diritti e del benessere di chicchessia tranne del suo proprio, un uomo spregevole che non ha esitato a violentare donne e ad appropriarsi delle terre altrui, un uomo capace di trasformare in un inferno il suo paese, un inferno capace di sopravvivere alla morte dei suoi protagonisti…

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