Il primo sguardo tra due persone destinate a innamorarsi può essere un evento sconvolgente: una scossa destinata a far tremare le fondamenta di una vita banale, un’esplosione di colore che ravviva un mondo altrimenti grigio. È quello che accade a Clémentine 15 anni, in un pomeriggio qualsiasi, quando una macchia di colore si fa strada verso di lei tra la folla: una testa dai capelli tinti di blu, un paio d’occhi dello stesso colore che per i mesi a venire invaderanno, notte dopo notte, ogni suo sogno. Eppure, la storia di Clementine non è solo una storia d’amore. È una storia di vergogna, di negazione, di rabbia, di insicurezza: perché il nome della sua ossessione è Emma, e in un mondo intriso di pregiudizi vivere la propria omosessualità alla luce del sole può provocare fratture emotive insanabili, e deviare per sempre il corso di un’esistenza.


Gli elementi che ho apprezzato di più in questa graphic novel sono l’uso dei colori e la rappresentazione della presa di consapevolezza di essere lesbica. Nel primo caso, ho trovato interessante accostare il colore blu, solitamente freddo, alla passione, per via del colore dei capelli della ragazza della quale Clémentine si innamora. Di conseguenza, le tavole dove c’è attrito tra di loro vertono sul giallo, mentre la somma del loro amore e del dolore ci presenta ambientazioni color verde. Una scelta interessante.

Per quanto riguarda l’accettazione di sé, ho trovato molto ben ricostruiti i dilemmi e le paure di Clémentine – ma anche quelle di Emma – riguardo ai suoi sentimenti e alle implicazioni del prendere certe decisioni.

Tutto il resto, invece, non mi è piaciuto minimamente. Il grande difetto di Il blu è un colore caldo è un’enorme superficialità, condita con una tale quantità di melodramma da risultare quasi insopportabile. Ci sono un sacco di tematiche – violenza all’interno di una coppia LGBTQIA+, omofobia, bullismo, tradimento – piazzate lì senza che gli venga dato il rilievo e l’approfondimento che meriterebbero. È quasi stordente veder introdurre certi temi, per poi vederli perdersi in un nulla di fatto…

Ci sono anche alcune tavole prive di parole, dove probabilmente l’intento dell’autrice era quello di lasciar parlare le immagini: in realtà, l’intera narrazione è così squilibrata e poco attenta a dare il giusto approfondimento a ogni accadimento che la stessa storia d’amore tra Clémentine ed Emma risulta avere un peso esagerato nelle vite delle due ragazze, visto che noi non vediamo che la passione iniziale, senza lo sviluppo e la maturazione che darebbero senso al finale.

Tutto questo condito con dei toni melodrammatici che sfiorano il ridicolo, come quando il primo fidanzato di Clémentine, in ginocchio, le si aggrappa addosso, implorandola di non lasciarlo. Quest’idea, che pervade un po’ tutta la graphic novel, dell’impossibilità di vivere senza quella specifica persona al proprio fianco come sinonimo di aver trovato il “vero amore” l’ho trovata piuttosto inquietante: non vedo niente di positivo nel non riuscire a superare il fallimento di una relazione…

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