Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Come va in quest’ultima settimana di agosto, calda come se fossero sette giorni qualunque di luglio? Sono stufa di stare in una delle regioni più afose d’Italia… >.<

Coooooomunque, geremiadi sul caldo a parte, sono un po’ più che a metà di Islam e democrazia di Fatema Mernissi ed è proprio il caso di dire avere un quarto di secolo e non sentirlo.

Mina, come milioni di altre persone che vivono quotidianamente una vita di desideri frustrati, non è una fatalista. Un fatalista non esplode di rabbia e insulta il capo. Questo è un punto in cui l’islam ha un ruolo chiave nella lotta per preservare la dignità. Avere Dio come difensore quando il capo, i sindacati, l’ispettore del lavoro violano i diritti di qualcuno non cambierà probabilmente le cose a breve termine. Ma nel frattempo, l’operaio licenziato e sfruttato può andare al grande palazzo che non chiude mai le sue porte: il palazzo del nostro patrimonio simbolico. Mina è stata licenziata e lasciata senza diritti e senza soldi, ma non ha perduto la sua umanità; può ancora parlare ai cieli e al suo Signore. L’islam dà alla gente come Mina uno spazio all’interno del quale esprimere il proprio dolore e trasformarlo in rabbia e fare un piano di vendetta.

Ma qui ci imbattiamo nei limiti del patrimonio simbolico tradizionale, che non le rende possibile concepire un mondo in cui lei avrebbe diritto alla copertura sanitaria e alla previdenza sociale, e nemmeno il diritto di far parte di un tale mondo. Perché ciò succeda l’imam, il capo di stato musulmano, dovrebbe investire parte dei fondi governativi in istituzioni moderne che permetterebbero ai cittadini come Mina di godere dei propri diritti e obbligare il settore privato a collaborare nel dare loro tali diritti. Gli industriali arabi sono “competitivi” nel mercato europeo soltanto perché sono impegnati in un capitalismo sregolato che più o meno spoglia i lavoratori dei loro diritti e non dà loro alcuna protezione. Come il governo, gli uomini d’affari arabi temono la democrazia e la possibilità che i lavoratori si trasformino in cittadini responsabili che pretendono il riconoscimento dei propri diritti. Come i prìncipi del petrolio, sarebbero pronti a investire in tutte le religioni del mondo se ciò potesse bloccare l’invasione della democrazia.


L’islam è compatibile con la democrazia? Il dispotismo è destinato a prevalere nel mondo islamico, o sarà invece possibile l’affermazione di società pluraliste e democratiche? Quali sono le responsabilità dell’Occidente nell’instaurazione di regimi islamici autoritari, particolarmente ostili alle donne e ai loro desideri e diritti? Come reagire alla paura e al senso d’impotenza scatenati dalla Guerra del Golfo, dalla catena di avvenimenti luttuosi legati agli attentati dell’11 settembre 2001 e al conflitto in Medio Oriente?
Fatema Mernissi cerca antidoti efficaci contro le regressioni autoritarie e la violenza: da un lato, le correnti dell'”umanesimo” musulmano, alimentate dai sostenitori della laicità dello Stato, dalle donne che reclamano libertà, da chiunque nel passato e nel presente abbia opposto resistenza al fondamentalismo. Dall’altro, quello che nelle sue opere più recenti va definendo come “l’islam cibernetico”.
La forza che plasma il mondo islamico di oggi non è tanto la religione – questa è la sua tesi provocatoria – ma piuttosto la tecnologia informatica: le TV satellitari indipendenti come al-Jazira che contrastano la propaganda dei nuovi despoti islamici e la disinformazione delle potenze occidentali, le reti Internet a cui si rivolgono soprattutto i giovani e le donne, in tutti i paesi musulmani. Strumenti cruciali tanto in Oriente come in Occidente, che incoraggiano l’arte del confronto verbale e della mediazione, perché il terrorismo può essere fermato soltanto da un dialogo nutrito di reciproca conoscenza, di giustizia sociale e pacifici commerci.

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