Presentato da “Time” come uno dei cento protagonisti del dibattito politico internazionale, Tariq Ramadan è un intellettuale carismatico e controverso. Autore di testi imprescindibili per chi voglia capire l’Islam di oggi, con questo libro ha dato vita al suo saggio più importante, incentrandolo sul coraggioso progetto di un’identità islamica che guardi a Occidente, capace di assorbire e valorizzare il duro e fruttuoso impatto con una cultura diversa, spesso percepita come un’autentica minaccia. Eppure in Europa e negli Stati Uniti vivono ormai da anni milioni di musulmani, non più immigrati, ma autentici cittadini con esigenze e aspirazioni legittime. Scongiurando il rischio di un volontario isolamento, Ramadan illustra un percorso riformista che, accantonata la difesa a oltranza della diversità, sappia coniugare la salvaguardia spirituale dell’Islam e le dinamiche sociali di un mondo moderno e secolarizzato. Così, mentre riconosce il diritto dei musulmani a frequentare scuole confessionali, Ramadan si chiede quanto sia saggio esercitare quel diritto; e ricorda alle ragazze che, di fronte alla scelta tra andare a scuola e indossare il velo, è la scuola che dovrebbero scegliere. I musulmani che vivono nei Paesi occidentali devono rivendicare il loro ruolo di cittadini, riconoscendo la fondamentale autonomia della sfera legislativa da quella religiosa, guardando al Corano senza trascurare gli esiti più maturi della riflessione politica contemporanea.


L’aspetto che mi è piaciuto di più de L’Islam in Occidente è stato il suo essere ragionevole, il suo evidenziare come le posizioni del mondo islamico e dell’Occidente l’uno nei confronti dell’altro siano costruite su pregiudizi e preconcetti. Non che entrambi non abbiano legittimamente da biasimare l’altro per qualcosa, ma continuare a urlarsi contro («Ah, i musulmani sono tutti terroristi! L’Islam è una religione di guerra!» versus «Ah, l’Occidente è contro i musulmani! Non possiamo fare altro che combatterlo!») non ci sta portando da nessuna parte.

In questo libro, Ramadan tira le orecchie a tutti e ci consiglia di tornare ad avvicinarsi l’uno all’altro, cominciando dal capire le ragioni e i punti di vista reciproci. Nel 2006, anno di pubblicazione di questo libro, non eravamo ancora alla tensione odierna, ma continuo a rimanere molto sorpresa dal modo in cui i media, soprattutto quelli italiani con i quali ho più familiarità, raccontano degli attentanti.

Innanzi tutto, la storia secondo la quale l’Occidente sarebbe la vittima designata del terrorismo: a me piacerebbe vedere, invece, gli attacchi contestualizzati in ciò che accade in tutto il mondo. Poi sono piuttosto nauseata dalla scelta di far vedere ossessivamente immagini o video del panico o – peggio – delle vittime degli attacchi senza alcuno scopo se non quello di aumentare paura e insicurezza e fare il gioco dei terroristi.

E vogliamo parlare poi del giochino perverso che ci induce a pretendere la presa di distanza dal terrorismo da parte delle comunità islamiche, per poi ignorare del tutto gli sforzi da loro compiuti per arginare il fenomeno? Assurdamente si dà più spazio alla condanna del papa e alle opinioni di sedicenti esperti che non a un serio fact checking in grado di smontare le posizioni degli integralisti e limitare le loro possibilità di reclutamento.

Infatti, non mi pare si sia consapevoli del fatto che sconfiggere sul piano militare il terrorismo non ci assicurerà anche la morte delle loro idee: la retorica del «Uccidete pure me. L’idea che è in me non l’ucciderete mai» non vale solo l’antifascismo di Matteotti, ma anche per le idee infestanti, che necessitano di un lavoro costante e tenace per essere sradicate.

Quindi, nel mio piccolo, consiglio la lettura di libri come L’Islam in Occidente, che cerca di creare cultura, non di distruggerla.

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