Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Visto che l’ho quasi finito, direi che è venuto il momento di postare una citazione da Gargantua e Pantagruele di François Rabelais. Non è stata una scelta facile, perché sono libri così pantagruelici che è arduo trovare una breve citazione che possa rappresentarli (e, infatti, non ci sono andata nemmeno vicina). Sono volumi da leggere in prima persona perché è difficile rendere l’idea di quest’esperienza di lettura… è allo stesso tempo qualcosa al quale non siamo avvezzi e qualcosa di moderno e vicino alla nostra sensibilità (a meno che non siate dei fanatici religiosi, naturalmente).

Bevitori infaticabili – e anche voi, impestati preziosissimi -, statemi a sentire. Visto che siete in vacanza e che io non ho niente di meglio da fare, mi appello a voi e vi chiedo: perché mai, oggi, proverbialmente e comunemente si dice che le “monde n’est plus fat?”

“Fat” è un vocabolo di Linguadoca che significa non salato, ovverosia senza sale, insipido, insapore; con la stessa parola, si suol significare anche folle, sciocco, privo di senno, di intendimento, di cervello. Volete voi dirmi come, per contro, si possa logicamente inferire che il mondo, balordo fino ad oggi, sia diventato savio proprio adesso? Per quante e quali condizioni era balordo? Quante e quali condizioni si richiedevano a farlo saggio? Perché era balordo? Perché sarebbe saggio? In che ravvisereste voi tuttavia la follia antica e in che la saggezza presente? Chi l’ha reso folle? Chi lo ha fatto saggio? Chi sono i più: quelli che lo volevano folle o quelli che lo volevano saggio? Donde procedeva la trascorsa follia? Donde sarebbe nata la saggezza di poi? Perché di questi tempi e non prima ha preso fine l’antica demenza? Perché di questi tempi e non prima ebbe inizio la presente saggezza? Che male ne veniva dalla follia precedente? Qual bene ne viene dalla saggezza susseguente? Come sarebbe stata abolita l’antica follia? Come la saggezza presente instaurata?


Forse solo oggi si può apprezzare appieno la modernità di “Gargantua e Pantagruele” nella sua struttura di opera aperta ed enciclopedica. A caratterizzare questo capolavoro della letteratura rinascimentale sono la sorprendente molteplicità di episodi, digressioni, discussioni filosofiche, filologiche, scientifiche e pedagogiche, la ricchezza dell’invenzione linguistica e gli estri di una satira senza risparmio, che appunta i suoi strali su ogni dogmatismo. Rabelais (1494-1553) non intende darci con la sua opera una filosofia coerente, quanto piuttosto una visione violenta e irripetibile della vita.

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