Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Questo fine settimana ho letto La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman e mi ha colpito tantissimo: ve ne straconsiglio la lettura, tanto più che così breve che si legge in un soffio.

Ma c’è un’altra cosa riguardo alla carta: l’odore! L’ho notato la prima volta che siamo entrati nella stanza, ma con così tanta aria e tanto sole non era cattivo. Adesso abbiamo avuto una settimana di di nebbia e pioggia e, sia che le finestre sia aperte sia che siano chiuse, l’odore persiste.

Striscia per tutta la casa.

Lo trovo che indugia nella sala da pranzo, che si aggira furtivamente nel salotto, che si nasconde nell’ingresso, che mi tende un agguato sulle scale.

Mi penetra nei capelli.

Persino quando vado a fare una passeggiata, se mi volto all’improvviso per coglierlo di sorpresa… eccolo lì!

Si tratta di un odore particolare, oltretutto! Ho passato ore a cercare di decifrarlo, per scoprire di cosa sa.

Non è cattivo, all’inizio, ed è molto delicato, ma è davvero l’odore più penetrante e persistente in cui mi sia mai imbattuta.

Con questa umidità è orribile. Mi sveglio la notte e lo trovo che incombe su di me.

All’inizio mi urtava. Ho pensato seriamente di bruciare la casa… per scovarlo.

Ma adesso ci ho fatto l’abitudine. L’unica cosa che mi viene in mente a cui possa assomigliare è il colore della carta… un odore giallo!


The Yellow Wall Paper (1892) è un’opera semibiografica di Charlotte Perkins Gilman che trae spunto dall’esperienza della depressione post partum. Per decenni frettolosamente catalogato come racconto del terrore, negli anni Settanta è stata finalmente rivalutato nell’ambito del pensiero femminista, al punto che l’autrice è assurta a icona del movimento femminista in America.
Il tema di questa short story, infatti, non è tanto la follia della protagonista, soggetta a una grave forma di depressione che la porterà a deliri allucinatori e finanche allo sdoppiamento di personalità, quanto piuttosto l’oppressione sociale, economica e linguistica della donna. La Perkins Gilman definisce il linguaggio “androcentrico”, cioè uno strumento creato dagli uomini a loro uso e consumo.
Ed è significativo che la cura a cui è sottoposta la protagonista vieti espressamente, tra le altre cose, di leggere e scrivere. Divieto che la protagonista, nel momento stesso in cui decide di raccontarci la storia dal suo punto di vista, infrange palesemente, rompendo il silenzio e riappropriandosi di quel diritto all’espressione che le era stato negato dal marito.

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