Un biglietto cifrato è il primo indizio. Recapitato a Sherlock Holmes e Watson, reca la firma di Porlock, nom-de-plume dietro il quale si nasconde una nuova sfida per il detective di Baker Street. Risolta la crittografia, la verità è agghiacciante: l’uomo che vi è nominato, il signor Douglas di Birlstone Manor House, è stato appena assassinato. Chi è l’autore del biglietto e che ruolo ha avuto nell’omicidio? Comincia così un’avventura che porterà Holmes, sempre affiancato dal dottor Watson, dalla compassata Londra vittoriana all’America degli ultimi pionieri e dei primi gangster, sulle tracce del più acerrimo nemico: il professor Moriarty. La Valle della Paura (1915) è l’ultimo dei romanzi di Conan Doyle che hanno per protagonista il celebre investigatore, la cui fama sembra destinata a non tramontare mai. Ne sono la prova le innumerevoli trasposizioni cinematografiche, anche recentissime, come i due film diretti da Guy Ritchie e interpretati da Robert Downey Jr. e Jude Law.


Con La Valle della Paura, Arthur Conan Doyle torna alle origini dei primi libri su Sherlock Holmes, costruendo un romanzo e non una raccolta di racconti, nei quali per me riesce meglio (tranne che ne Il mastino dei Baskerville, che è davvero superlativo).

In effetti, anche La Valle della Paura è molto bello, ma soprattutto nella prima parte: nella seconda, invece, si perde tensione e interesse, perché è il racconto di come si è arrivati al delitto (che Holmes risolve, come al solito, brillantemente).

Parlando della prima parte, l’ho trovata molto ironica, con un Holmes così in forma da dare sui nervi al paziente Watson, che però, proprio come noi, alla fine non può fare a meno di volergli bene e di riconoscere il suo genio, anche se emotivamente bislacco.

«Un manubrio, Watson! Penso a un atleta con un solo manubrio. Immagini lo sviluppo unilaterlae dei muscoli, il pericolo imminente di una scoliosi. Scandaloso, Watson, scandaloso!»

Questa citazione non sarà la più significativa del romanzo, ma mi ha fatto davvero morire dal ridere (soprattutto se ripenso allo sconforto di Watson che continua a non capire una mazza), insieme a Holmes che nel cuore della notte sveglia il povero dottore per chiedergli se ha problemi a dormire con un tizio rincoglionito solo perché non aveva capito al volo il mistero!

La seconda parte, invece, venuta meno la curiosità del colpevole risulta un po’ piatta, sebbene si redima nel finale con un plot twist di tutto rispetto. Però, Arthur Conan Doyle non è riuscito a farmi appassionare alla storia: sarà stata la carenza di Holmes?

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