Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Ancora traumatizzata dall’incontro con l’ultima fatica di D’Avenia, mi sto riprendendo con la lettura dell’originale, Operette morali di Giacomo Leopardi.

D’Avenia chi?

Farfarello. In fine, che mi comandi?
Malambruno. Fammi felice per un momento di tempo.
Farfarello. Non posso.
Malambruno. Come non puoi?
Farfarello. Ti giuro in coscienza che non posso.
Malambruno. In coscienza di demonio da bene.
Farfarello. Sì certo. Fa conto che vi sia de’ diavoli da bene come v’è degli uomini.
Malambruno. Ma tu fa conto che io t’appicco qui per la coda a una di queste travi, se tu non mi ubbidisci subito senza più parole.
Farfarello. Tu mi puoi meglio ammazzare, che non io contentarti di quello che tu domandi.
Malambruno. Dunque ritorna tu col mal anno, e venga Belzebù in persona.
Farfarello. Se anco viene Belzebù con tutta la Giudecca e tutte le Bolge, non potrà farti felice né te né altri della tua specie, più che abbia potuto io.
Malambruno. Né anche per un momento solo?
Farfarello. Tanto è possibile per un momento, anzi per la metà di un momento, e per la millesima parte; quanto per tutta la vita.
Malambruno. Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera, ti basta l’animo almeno di liberarmi dall’infelicità?
Farfarello. Se tu puoi fare di non amarti supremamente.
Malambruno. Cotesto lo potrò dopo morto.
Farfarello. Ma in vita non lo può nessun animale: perché la vostra natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa, che questa.
Malambruno. Così è.
Farfarello. Dunque, amandoti necessariamente del maggiore amore che tu sei capace, necessariamente desideri il più che puoi la felicità propria; e non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo, resta che tu non possi fuggire per nessun verso di non essere infelice.
Malambruno. Né anco nei tempi che io proverò qualche diletto; perché nessun diletto mi farà né felice né pago.
Farfarello. Nessuno veramente.
Malambruno. E però, non uguagliando il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell’animo, non sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io non lascerò di essere infelice.
Farfarello. Non lascerai: perché negli uomini e negli altri viventi la privazione della felicità, quantunque senza dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa.
Malambruno. Tanto che dalla nascita insino alla morte, l’infelicità nostra non può cessare per ispazio, non che altro, di un solo istante.
Farfarello. Sì: cessa, sempre che dormite senza sognare, o che vi coglie uno sfinimento o altro che v’interrompa l’uso dei sensi.
Malambruno. Ma non mai però mentre sentiamo la nostra propria vita.
Farfarello. Non mai.
Malambruno. Di modo che, assolutamente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere.
Farfarello. Se la privazione dell’infelicità è semplicemente meglio dell’infelicità.
Malambruno. Dunque?
Farfarello. Dunque se ti pare di darmi l’anima prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela.


Le Operette morali sono una raccolta di venticinque componimenti in prosa, divise tra dialoghi e novelle dallo stile medio e ironico, scritte tra il 1824 ed il 1831 dal poeta e letterato Giacomo Leopardi.
Sono state pubblicate definitivamente a Napoli nel 1835, dopo due edizioni intermedie nel 1827 e nel 1834.
Le Operette sono l’approdo letterario di quasi tutto lo Zibaldone.
I temi sono quelli cari al poeta: il rapporto dell’uomo con la storia, con i suoi simili ed in particolare con la Natura, di cui Di Croce matura una personale visione filosofica; il confronto tra i valori del passato e la situazione statica e degenerata del presente; la potenza delle illusioni, la gloria e la noia.
Sono tematiche riproposte alla luce del cambiamento radicale avvenuto nel cuore dello scrittore: la ragione non è più un ostacolo alla felicità, ma l’unico strumento umano per sfuggire alla disperazione. [Wikipedia]

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