Uscito dal carcere, dopo ben ventitré anni, Nelson Mandela ha ancora di fronte a sé il nemico contro cui ha speso tutta la vita: l’apartheid. Nel 1994 si tengono le prime elezioni a suffragio universale del Sudafrica, e Mandela trionfa. Ma se il Sudafrica è fatto, restano da fare i sudafricani. Così il genio politico del prigioniero n° 46664 si inventa la più audace e improbabile delle scommesse: usare il rugby, lo sport dei bianchi, per unire una volta per tutte i sudafricani. Mandela intuisce ciò che nessun altro è in grado di vedere: “Se non potete parlare alle loro menti, parlate ai loro cuori”. Così il Sudafrica ottiene l’organizzazione della coppa del mondo del 1995, e inizia il miracolo. Gli Springboks collezionano vittorie, e il Paese intero si innamora. Il 24 giugno i giocatori scendono in campo per disputare la finale contro i temibili Ali Blacks, la squadra neozelandese considerata la più forte del mondo. Mandela siede in tribuna, mentre sessantaduemila tifosi, per la maggior parte bianchi, lo acclamano. E al coro si uniscono davanti alla tivù i milioni di neri delle township. Contro ogni pronostico quel giorno gli Springboks realizzano il punto decisivo e coronano il sogno del loro presidente: quarantadue milioni di sudafricani sono finalmente uniti dalla stessa passione.


Se nel 2009 avete visto Invictus – L’invincibile, il film tratto da questo libro, è assai probabile che abbiate un’idea molto distante da quella che era la realtà del Sudafrica nel momento in cui Mandela ne divenne presidente.

John Carlin, giornalista e corrispondente in Sudafrica dal 1989 al 1995, inizia a narrare la storia fin dagli anni del carcere per Mandela e dall’inizio delle trattative segrete con il governo. È un momento cruciale perché proprio in carcere Mandela affinerà le sue capacità di persuasione e comprenderà quanto potesse essere cruciale il rugby per il Sudafrica.

È davvero una storia pazzesca: se si fosse trattato della trama di un romanzo, l’avrei di certo definita irrealistica, perché è un esempio di come talvolta la realtà superi la finzione. Diventato presidente, Mandela si è trovato seduto su una polveriera: c’erano gruppi di bianchi e gruppi di neri pronti a far esplodere la guerra civile, per le più svariate ragioni, e tutto il Paese si aspettava un qualche disastro.

In effetti, ci sono andati vicini più di una volta: eppure quest’uomo meraviglioso è riuscito a sventare ogni minaccia di violenza, riuscendo a inglobare nella sua visione di un Sudafrica unito e pacificato anche il bianco più razzista e il nero più arrabbiato. Leggendo le testimonianze di chi fu protagonista insieme a lui di quei giorni, si percepisce proprio lo sbalordimento suscitato dalle parole e dall’atteggiamento di Mandela, e la quasi inevitabilità di seguirlo nel suo progetto, indipendentemente da quali fossero le loro idee di partenza. Mi è venuto da pensare che, se Mandela avesse incontrato Hitler, quest’ultimo avrebbe finito per andare di persona a liberare i prigionieri nei campi di sterminio e a chiedere loro scusa!

L’idea di usare il rugby per pacificare e unire la nazione, poi, è geniale e, per quando il libro di Carlin mi abbia fatto capire perché questo sport fosse così visceralmente importante per i sudafricani, resto convinta che solo una mente brillante avrebbe potuto partorirla.

Un po’ noioso in alcuni punti, dovuto probabilmente al taglio molto giornalistico del libro, non posso fare a meno di consigliare la lettura di Ama il tuo nemico a chiunque: è una storia talmente bella e luminosa da sembrare una fiaba a lieto fine, e di questi tempi abbiamo proprio bisogno di positività.

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