La storia di Medea, principessa della Colchide, è una delle più cupe nell’universo del mito antico. Innamorata del greco Giasone, per lui tradisce il padre, uccide il fratello, abbandona la patria. Ma l’evento che la caratterizza in modo assoluto è quello che Euripide ha scelto di portare in scena nel suo dramma: l’uccisione dei figli, l’atto estremo con cui essa si vendica dell’abbandono di Giasone. Per questo gesto Medea si impone all’immaginario occidentale. In Euripide il personaggio conserva la sua ambiguità e rivendica, attraverso lo schermo del mito, la sua non appartenenza all’universo dei valori umani; Seneca riversa ogni colpa sul personaggio cupo e malefico della maga straniera; le rielaborazioni moderne cercano invece di ancorare a una realtà comprensibile, ed entro certi limiti anche giustificabile, un gesto che di per sé e incomprensibile e ingiustificabile. Si fa strada così la figura di Medea vittima delle circostanze avverse e del destino (Grillparzer), e poi quella di Medea straniera ed esule, esclusa e respinta dalla comunità che la ospita (Alvaro): un percorso che tende ad alleggerire il peso della colpa chiamando in causa ragioni esterne, inevitabili e determinanti. Alla fine l’infanticidio appare dettato da un’estrema necessità di proteggere e di amare, da un esasperato senso di pietà materna. E tuttavia l’atto rimane, epilogo irreversibile e nodo irrisolto nella tragica storia di Medea.


Prima di addentrarmi nella recensione vera e propria, suppongo di dovervi confessare di provare una certa antipatia nei confronti di Seneca fin dai tempi del liceo: quindi, ecco, quanto scriverò a breve potrebbe anche essere il frutto di un cospicuo pregiudizio da parte mia.

Bene, detto questo, la peggiore Medea di questo ventaglio di pièce teatrali è senz’alcun dubbio quella di Seneca. Insomma, dai, l’unica cosa che ci trasmette Seneca è che Medea è una strega straniera e cattiva e che quindi nessuno dovrebbe stupirsi di come sono andate a finire le cose – con buona pace delle ambiguità che ancora oggi ne fanno un mito capace di farci arrovellare.

Subito dopo viene la versione di Grillparzer, dove Medea non può smettere di essere straniera agli occhi dei greci, ma non mi è parso avesse la stessa potenza espressiva di quella di Alvaro. Non so, Grillparzer ha tratteggiato una Medea così debole e così prona a quest’inevitabile destino da non rendermela credibile.

La versione di Euripide, invece, semplicemente ci mostra Medea in tutta la sua ambiguità, lasciando allo spettatore tutta la difficoltà di sbrogliare questa matassa che vede intrecciati sentimenti di umana empatia per la condizione di donna straniera abbandonata e civile condanna per i suoi crimini atroci.

Infine, la versione di Alvaro si rivela in tutta la sua attualità, trattando con molta forza, come accennavo prima, il tema dell’intolleranza e del pregiudizio nei confronti della donna straniera, un atteggiamento che scatenerà contro Medea un violenza cieca e stupida in grado di precipitare al tal punto gli eventi da generare la tragedia.

CREONTE «E d’altra parte, tante visite frequenti di mercanti, naviganti, alla tua casa, alimentano il sospetto. C’è molta gentaglia fra questi che girano le nostre terre. Feroci briganti, saccheggiatori, predatori. La gente teme. Il mondo sta diventando troppo grande. Ci sono troppi audaci che bramano i regni altrui. E ora il popolo vuole vivere in pace, col suo lavoro, tra le mura domestiche e il muricciolo del suo campo. È una bella cosa il progresso. Non sarò io a negarlo. Io sono per il progresso. Ma la gente vuole starsene tranquilla. E più si aprono le vie del mondo, più la gente si chiude. Più grande la terra, più limitata la gente.»

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