Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Ho rispolverato dai miei anni al liceo questo libro che raccoglie quattro pièce teatrali incentrate sul mito di Medea: le due classiche di Euripide e Seneca, quella di Franz Grillparzer e quella di Corrado Alvaro.

Questa è una citazione dalla versione di Grillparzer.

CREUSA Vuole cantarti una canzone che da giovane tu cantavi qui da noi.

GIASONE E tu la sai cantare?

MEDEA Beh, farò quello che posso.

GIASONE Ma sì, ma sì! E tu credi, con una povera canzone di quella volta di potermi ridare la mia giovinezza con la sua felicità? Ma lascia stare! Restiamo insieme, visto che le cose sono andate come sono andate e ormai stanno così, ma lasciamo perdere, per favore, le canzoni e tutte le altre tiritere del genere!

CREUSA Fagliela cantare. Ha tanto penato finché non l’ha imparata e ora…

GIASONE E va bene, muoviti, su, canta.

CREUSA È la seconda corda, te lo ricordi?

MEDEA (passandosi la mano sulla fronte con un gesto doloroso) … non lo so più…

GIASONE Vedi, cosa ti avevo detto, non va, non va. La sua mano è abituata ad altre corde, a tirar fuori altri suoni, come quel canto stregato con cui ha fatto cadere il drago nel sonno.. ah, era un’altra melodia, te lo assicuro, altro che questa tua canzone così limpida, così pura…

CREUSA (sussurrando) Oh Dei… oh Dei supremi…

MEDEA (andandole dietro) Oh Dei, oh sublimi, giusti, severi Dei!

La storia di Medea, principessa della Colchide, è una delle più cupe nell’universo del mito antico. Innamorata del greco Giasone, per lui tradisce il padre, uccide il fratello, abbandona la patria. Ma l’evento che la caratterizza in modo assoluto è quello che Euripide ha scelto di portare in scena nel suo dramma: l’uccisione dei figli, l’atto estremo con cui essa si vendica dell’abbandono di Giasone. Per questo gesto Medea si impone all’immaginario occidentale. In Euripide il personaggio conserva la sua ambiguità e rivendica, attraverso lo schermo del mito, la sua non appartenenza all’universo dei valori umani; Seneca riversa ogni colpa sul personaggio cupo e malefico della maga straniera; le rielaborazioni moderne cercano invece di ancorare a una realtà comprensibile, ed entro certi limiti anche giustificabile, un gesto che di per sé e incomprensibile e ingiustificabile. Si fa strada così la figura di Medea vittima delle circostanze avverse e del destino (Grillparzer), e poi quella di Medea straniera ed esule, esclusa e respinta dalla comunità che la ospita (Alvaro): un percorso che tende ad alleggerire il peso della colpa chiamando in causa ragioni esterne, inevitabili e determinanti. Alla fine l’infanticidio appare dettato da un’estrema necessità di proteggere e di amare, da un esasperato senso di pietà materna. E tuttavia l’atto rimane, epilogo irreversibile e nodo irrisolto nella tragica storia di Medea.

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