Buon inizio di novembre, prodi seguaci!

Prima di lasciarvi alla citazione da I miserabili di Victor Hugo, volevo farvi notare che sul blog è in corso un nuovo conto alla rovescia (che vedete di fianco da pc e in calce da mobile): ad oggi mancano venticinque giorni all’Ace Visibility Day, che, visto che noi asessuali siamo dei/delle gaudenti, coincide con il Cake Day! 😀 Quindi ci sarà qualcosina anche sul blog – anche se non so ancora cosa esattamente. Vedremo…

Fatto l’annuncio, torniamo al blog letterario serio – o che perlomeno vorrebbe esserlo. Ridendo e scherzando – è un blog serio, questo… sì, certo… – in dieci giorni circa sono quasi a metà de I miserabili e la cosa è… wow, inaspettata! Pensavo che avrei faticato molto di più nella lettura, invece mi ritrovo a macinare pagine senza manco rendermene conto!

E ora, citazione! 😀

Niente, in quell’alloggio, faceva pensare al lavoro: non un telaio, non un arcolaio, non un utensile. In un angolo c’erano rottami dall’aspetto sinistro. Era la cupa pigrizia che segue la disperazione e precede l’agonia.
Marius rimase qualche tempo a guardare quel lugubre interno, ancor più spaventoso d’una tomba perché in esso si sentiva muovere l’anima umana e palpitare la vita.
La stamberga, la cantina, la segreta dove certi individui strisciano nella parte più bassa dell’edificio sociale non è proprio il sepolcro, ne è l’anticamera; e così, come certi ricchi fanno pompa delle più grandi magnificenze all’ingresso del loro palazzo, pare che la morte, che è sempre lì accanto, metta le sue più grandi miserie in quel vestibolo.
L’uomo ora taceva, la donna non parlava, la ragazza pareva non respirare neppure. Si sentiva stridere la penna sul foglio.
L’uomo borbottò senza smettere di scrivere: «Canaglie, canaglie, siete tutte canaglie!».
Quella variante dell’epifonema di Salomone strappò un sospiro alla donna.
«Calmati, mio piccolo amico, non farti del male, caro, sei troppo buono tu a scrivere a tutta quella gente, caro mio».
Nella miseria i corpi si serrano gli uni contro gli altri, come nel freddo, ma i cuori si allontanano. Quella donna, secondo ogni apparenza, aveva dovuto amare quell’uomo con tutto l’amore di cui era capace, ma ormai quest’amore, nei rimbrotti quotidiani e reciproci d’una spaventosa miseria che pesava su tutto il gruppo, s’era spento. Ella nutriva per suo marito soltanto la cenere dell’affetto. Eppure, come spesso accade, gli appellativi affettuosi erano sopravvissuti. Ella gli diceva: «Caro, piccolo amico, mio caro», con la bocca, ma il cuore taceva.
L’uomo s’era rimesso a scrivere.

Libro popolare per eccellenza, I Miserabili (1862) offrono una grandiosa commedia umana, in cui la storia della Francia -dalla Restaurazione a Luigi Filippo- rivive attraverso personaggi reali e simbolici al tempo stesso, scene di massa (Waterloo, le barriccate) e fantasmi dell’anima. Un romanzo epico ed enciclopedico, visionario e sentenzioso, «scritto per tutti i popoli» da «un patriota dell’umanità» in lotta contro le ingiustizie della società. Le beffe del caso e gli imperativi del destino, la colpa e la redenzione si incarnano in una galleria di tipi esemplari: Jean Valjean, il forzato redento, il vescovo generoso, la buona prostituta Fantine, il crudele poliziotto Javert; e ancora, borghesi e rivoluzionari, orfani e galeotti, angeli e mostri.
In un alternarsi di tinte fosche e luminose, Hugo riassume la sua visione del mondo e della storia, consegnandoci un quadro che oggi ci appassiona anche per quello che possiamo scoprirvi al di là delle sue certezze: le contraddizioni, le ambiguità, le passioni segrete di un intero secolo.

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