Buon lunedì, prodi seguaci!

Spero che abbiate iniziato questo ottobre alla grande e con ottime letture: per quanto mi riguarda, ho iniziato Dio non è grande di Christopher Hitchens e devo ammettere che non è affatto come mi ero immaginata. Oltre a essere molto stimolante, è anche maledettamente divertente e confesso di starmi sbellicando dalle risate alla faccia degli integralisti.

Credo quia absurdum, come si è espresso il «padre della chiesa» Tertulliano, con fare disarmante o fastidioso a seconda dei gusti. «Credo perché è assurdo». E impossibile discutere seriamente con un simile modo di vedere. Se si deve avere fede per credere qualcosa, o per credere in qualcosa, allora la probabilità che questo qualcosa possegga una qualche verità o un qualche valore si riduce considerevolmente. Il lavoro assai più faticoso dell’indagine, della prova e della dimostrazione è di gran lunga più gratificante e ci mette di fronte a scoperte assai più «miracolose» e «trascendenti» di qualsivoglia teologia.

In realtà, il «salto della fede» – per chiamarlo col memorabile nome che Soren Kierkegaard gli ha conferito – è un’impostura. Come Kierkegaard medesimo ha messo in luce, non si tratta di un «salto» che possa essere fatto una volta per sempre. È un salto che deve essere eseguito e ancora eseguito, a dispetto delle crescenti prove in contrario. E uno sforzo davvero eccessivo per la mente umana, destinato a portare a deliri e ossessioni. La religione capisce perfettamente che il «salto» è soggetto a ripetizioni sempre più deboli; perciò spesso non si appoggia affatto sulla «fede», ma piuttosto corrompe la fede e oltraggia la ragione fornendo evidenze e avvalendosi di «prove» confezionate. Tali evidenze e tali prove comprendono un armamentario di argomenti che va dal disegno e dalla rivelazione al castigo e ai miracoli. Adesso che il monopolio della religione è stato spezzato, è alla portata di ogni essere umano contemplare simili evidenze e simili prove semplicemente come invenzioni di una mente debole.


“La fede religiosa è inestirpabile, appunto perché siamo creature ancora in evoluzione. Non si estinguerà mai, o almeno non si estinguerà finché non vinceremo la paura della morte, del buio, dell’ignoranza e degli altri”. Questa la tesi da cui parte “Dio non è grande”. Muovendosi tra l’analisi dei testi di fondazione delle grandi religioni (Bibbia e Corano sopra tutti) e la riflessione sull’attualità politica e sullo scontro di civiltà in atto, Hitchens costruisce un implacabile atto di accusa contro le follie cui l’uomo si abbandona nel nome di una fede: oscurantismo, superstizione, intolleranza, senso di colpa, terrore verso la sessualità, anti-secolarismo. Contro questi non-valori, e memore della grande tradizione laica anglosassone, Hitchens reclama un ritorno alle idee dell’illuminismo, intessendo un elogio arguto e a tratti commovente della ragione umana. Un saggio che senza mai rinunciare alle armi dell’ironia e del paradosso, costringe faziosamente il lettore a schierarsi.

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