È davvero in atto un’offensiva tradizionalista dai tratti clericali che impedisce in Italia l’adozione delle riforme civili dei moderni paesi occidentali? Massimo Teodori con l’occhio dello storico e la verve del polemista laico ripercorre le ultime tappe dell’antimodernismo antiliberale: fecondazione assistita, coppie di fatto, bioetica, aborto, terrorismo, radici cristiane, Stato e Chiesa. Ma la responsabilità di un ritorno a un fosco passato non è di papa Ratzinger e del cardinale Ruini che fanno aggressivamente il loro mestiere. È piuttosto di quei politici che abdicano alla loro autonomia e inseguono la Chiesa per ottenerne i favori.


Laici: l’imbroglio italiano è un libretto del 2006 nel quale Massimo Teodori elenca un capitolo alla volta tutti gli ambiti e le tematiche dove la Chiesa viene lasciata libera di spadroneggiare non tanto dai/dalle suoi/sue fedeli quanto da un’accozzaglia di ate* devot*, laic* pentit* e bigott* assortit*.

Sarebbe bello oggi, dieci anni dopo, scrivere che si è superata questa irragionevole sudditanza psicologica nei confronti della Chiesa e della sua etica e che numerosi diritti sono stati riconosciuti in modo che i/le cittadin* scelgano liberamente cosa fare nella loro vita. Invece, se possibile, siamo messi pure peggio.

La teoria del gender imperversa e non c’è stato verso che il Parlamento discutesse con gli studi scientifici in mano – e non il fottuto Catechismo – di matrimonio egualitario, leggi contro l’omo/bi/transfobia (e se ci mettete pure gli/le asessuali ci fate un piacere) e la terapia di riorientamento sessuale; la legge di iniziativa popolare sull’eutanasia rimane inascoltata da anni nonostante le varie promesse; l’aborto è tornato a essere una pratica clandestina con i rischi che tutt* conosciamo; l’identità del popolo italiano torna a essere sbandierata per opporla all’”invasione” degli immigrati e, già che ci siamo, facciamo sì che le donne italiche tornino a figliare, visto che i/le figli* delle “straniere” non sono della “razza” o della religione giusta.

Dov’è finita la nostra bella democrazia? Quella che approvava leggi in nome di un relativismo etico e di un pluralismo che ci garantivano dalla minaccia di uno Stato pronto a difendere un solo punto di vista?

All’affermazione neo-tradizionalista secondo cui una democrazia relativista farebbe perdere identità collettiva e priverebbe la nostra società di qualunque senso obiettivo del bene, Gian Enrico Rusconi replicava con efficacia: «Laicità vuol dire accettare come moralmente legittimi atteggiamenti o comportamenti che appaiono soggettivamente sgradevoli. Laicità è ammettere una ragionevole dissimmetria tra l’etica pubblica e singole moralità private […] Il valore fondante della laicità è l’autonomia di giudizio personale, nel senso che le certezze e le norme di comportamento non hanno altro fondamento che la ragionevolezza morale e la razionalità (scientifica ma non solo) da valutare questione per questione, tenendo conto ovviamente anche degli spazi di libertà e di autonomia degli altri».
Con il lessico della scienza politica si può argomentare che la democrazia liberale è l’affermazione della «parte maggiore», cioè della maggioranza della società, salvo la salvaguardia dei diritti e delle libertà di chi dissente; mentre il pensiero antiliberale vorrebbe una democrazia in cui prevalgono, oltre alla maggioranza, anche i rappresentati della «parte migliore», cioè coloro che ritengono di essere moralmente (economicamente) (intellettualmente) superiori a tutti gli altri sulla base di un determinato sistema di valori.

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