Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Vediamo se questa settimana riesco a pubblicare più dei due striminziti post che sono riuscita a mettere insieme negli ultimi quattordici giorni! ^^’

Sto leggendo Poesie 1907-1926 di Rainer Maria Rilke che attendeva da tempo le mie attenzioni e quindi vi propongo un componimento tratto dalla raccolta Nuove Poesie.

Il rosone

Là dentro: il tocco pigro delle zampe

crea un silenzio che quasi ti confonde;

e quando poi a un tratto uno dei gatti

inghiotte a forza nel suo grande occhio

 

lo sguardo errante che su di lui va e viene –

lo sguardo che come in vortice preso

per qualche istante annaspa,

poi affonda e più nulla sa di sé,

 

quando quest’occhio che sembra in riposo

si apre e seccamente richiudendosi

lo trascina fin giù al rosso del sangue -:

 

Così ghermivano i grandi rosoni

dal buio, un tempo, delle cattedrali,

un cuore per inabissarlo in Dio.

Le raccolte scelte per quest’antologia sono successive al 1906, anno fondamentale nella vita, nella poetica e nell’opera di Rilke. Parigi, dove la sua accesissima sensibilità vide quasi esclusivamente “eserciti di malati, armate di moribondi, popoli di morti”, la rottura con lo scultore Rodin, un giudice o un avversario, più che un maestro o un modello, e Cézanne, di cui in quel periodo fu allestita una grande mostra, gli ispirarono le Nuove Poesie, dove Rilke raggiunse la perfezione tecnica. Vi troviamo, infatti, molte fra le più splendide poesie che egli abbia mai composto, convinto che una scrittura impeccabile fosse il solo strumento per aggrapparsi alla realtà e non lasciarsi trasportare dalle suggestioni dell’impressionismo. Le Duinesi, invece, con il loro stile alto e magniloquente, esprimono la grave crisi psicologica successiva al confronto con la filosofia esistenzialista di Kierkegaard. La poesia di Rilke da “francese” e impressionista si fa “tedesca”, virile e impetuosa, e si riconosce nella tradizione romantica del poeta-vate. Se le Duinesi furono definite dal loro autore “un uragano dello spirito”, i Sonetti a Orfeo gli parvero, invece, “un affluente di quel grande lavoro”.

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