Buon lunedì, prodi seguaci! ^^

Oggi vi propongo una citazione da Memorie di una sopravvissuta di Doris Lessing. È un po’ lunga, ma se serve a convincervi a leggere questo romanzo così particolare, è valsa la pena riportarla per intero (o quasi)! 🙂

C’erano delle persone. Persone in carne e ossa, non forze, o presenze. Su tutte spiccava una donna, una che avevo già visto, che conoscevo bene. Era alta, grossa, lustra come porcellana, occhi azzurri, guance rosee, bocca allegra e furba da scolara. Aveva i capelli castani raccolti in un gran ciuffo saldamente appuntato sulla testa. Era vestita per ricevere ospiti; portava dei begli abiti, costosi, alla moda, dentro cui il suo corpo sembrava volersi imporre – timidamente, ma con un certo coraggio, addirittura con baldanza. Braccia e gambe sembravano a disagio; non si era vestita così perché le andava, ma perché si sentiva obbligata: si sarebbe tolta quegli abiti con una risatina, un sospiro, dicendo: «Dio sia lodato, che sollievo!»

Parlava con una donna, un’ospite in visita, che mi dava le spalle. Potevo guardarla in viso, negli occhi. Quegli occhi senz’ombra di autocritica, come cieli azzurri da troppe settimane, che manterranno il loro azzurro terso per altre settimane, perché è ancora lontano il momento in cui la stagione cambierà – quegli occhi erano assenti, non vedevano l’interlocutrice, né il piccolino che teneva in braccio, facendolo sobbalzare con energia, molleggiandolo con il tallone. Non vedevano la bambina lì accanto, che guardava, ascoltava, tutti i sensi in allerta, come aspirando informazioni da ogni poro sotto forma di moniti, minacce, messaggi di antipatia. Quella bambina emanava forti ondate di dolore. Senso di colpa. Era condannata. E, mentre riconoscevo quelle emozioni e il gruppo di persone all’interno della stanza pesante e confortevole, la scena si cristallizzò in un quadro vittoriano di argomento morale o in una foto tratta da una commedia d’altri tempi. Sormontata da un titolo enfatico: COLPA.

Sullo sfondo c’era un uomo, sembrava a disagio. Era un soldato, o un militare in congedo. Era alto e ben piantato, ma si comportava come se faticasse a mantenere la calma e l’amor proprio. Il volto afflitto e contrariato, di una bellezza convenzionale, era seminascosto da un paio di baffoni.

La donna, la moglie e madre, stava parlando: parlava, parlava, non la smetteva più, come se dentro e fuori quella stanza non esistesse nessun altro, come se fosse sola e il marito e i figli – in particolare la bambina, che sapeva di essere la principale colpevole, la pietra dello scandalo – non potessero sentirla.

«Non me lo aspettavo, ecco tutto, nessuno ti dice mai a cosa vai incontro, è veramente troppo. E quando arriva la fine della giornata vorrei solo andare a letto, sono completamente stordita, nel pallone… di leggere, o di dedicarmi a qualcosa di serio, non se ne parla proprio. Emily si sveglierà alle sei, le ho insegnato a stare buona fino alle sette, ma dopo, dopo devo galoppare, devo galoppare tutto il giorno, non mi fermo un attimo, e pensare che una volta ero nota per la mia intelligenza, a raccontarlo non ci si crede.»

Il marito era seduto immobile in poltrona, a fumare. La cenere della sigaretta si allungò e cadde. L’uomo aggrottò la fronte, lanciò alla moglie uno sguardo irritato, si accostò frettolosamente un posacenere come per dire che avrebbe dovuto pensarci prima e, allo stesso tempo, che aveva tutto il diritto di lasciar cadere la cenere in terra, se ne aveva voglia. Continuò a fumare. La bambina, di cinque o sei anni, si succhiava il pollice. Sul volto un’espressione cupa e sconsolata, per via delle critiche che pesavano su di lei, sulla sua esistenza.

Aveva i capelli scuri, gli occhi scuri come quelli del padre, afflitti – colpevoli.

«Già, nessuno ha idea di cosa significhi finché non ha figli. Non posso fare altro se voglio stare dietro a tutte queste cose, i pasti, il mangiare, per non parlare poi dell’attenzione che bisogna dedicare ai figli. So che Emily ne vorrebbe più di quanto io abbia il tempo di darle, è una bambina così esigente, così difficile, ha sempre preteso tanto da me, vuole che le legga qualcosa o che giochi con lei tutto il tempo, solo che io sto cucinando, sto ordinando la spesa, sono sempre indaffarata, insomma, sa com’è, non c’è mai tempo per fare tutto, semplicemente non ho tempo per mia figlia. L’anno scorso sono riuscita a trovare una ragazza per un po’, ma non è che ne sia valsa la pena, davvero, tutti i loro problemi, le loro crisi, toccava a me affrontarle, mi impegnava più di Emily, però un’ora per me dopo pranzo riuscivo a strapparla, andavo a coricarmi, ma non mi sembrava di avere l’energia per leggere, figuriamoci studiare, nessuno sa com’è, cosa significa, no, quello che comportano i figli, ti sfiancano, non sono più quella di una volta, lo so benissimo.»

Il piccolo in braccio, di due o tre anni, un bambino pesante, passivo, vestito di lana bianca che odorava di umidità, adesso veniva fatto sobbalzare più velocemente; i suoi occhi si appannarono mentre il mondo intorno faceva su e giù, la bocca adenoidea era molle e spalancata, le guance piene scosse da un tremolio.

Il marito, passivo ma in realtà teso per l’irritazione per il senso di colpa – continuava a fumare, ad ascoltare con lo stesso cipiglio.

«Ma cosa puoi dare se non ricevi niente in cambio? Sono vuota, prosciugata; quando è ora di pranzo sono sfinita e vorrei solo dormire. Se pensi a come ero abituata prima, a cosa ero capace di fare! Non credevo che mi sarei stancata, non immaginavo di poter diventare una che non ha mai tempo di aprire un libro. Invece, eccomi qua.»

Sospirò, senza accorgersene. Era come una bambina, quella donna alta, solida, sicura di sé; bisognosa di comprensione come una bambina. Rimase lì, a ripassare mentalmente i suoi giorni e le sue notti assillanti. Per lei non c’era nessuno, aveva l’impressione di parlarsi addosso: gli altri non potevano, o forse non volevano ascoltarla. Si sentiva in trappola, senza sapere perché, in fondo era stata lei a volere un marito, dei figli, non aveva mai mirato ad altro, a quello la società l’aveva destinata. Le sue esperienze e la sua istruzione non l’avevano minimamente preparata a ciò che in realtà sentiva, l’angoscia e lo sconcerto la isolavano, a volte arrivava perfino a credere di avere una malattia.

“Un tentativo di autobiografia” dice Doris Lessing descrivendo Memorie di una sopravvissuta, un romanzo che sembra una fiaba e che nasce da quell’antica tradizione in cui i narratori prendono il volo verso la dimensione fantastica a partire dalle solide fondamenta della realtà. E la realtà del romanzo è quella che abbiamo davanti a noi, nel futuro, un mondo dove la barbarie è la norma e ognuno deve lottare per sopravvivere, uomini, donne, persino i bambini, in un vortice di ferocia. La voce narrante è quella di una donna che osserva le cose cadere in pezzi, mentre le orde migranti si spostano alla ricerca di un luogo sicuro, di un rifugio, di una vita migliore che sempre si trova da qualche altra parte. Una donna a cui uno sconosciuto ha affidato una bambina, Emily, con poche lapidarie parole: “Abbi cura di lei, ne sei responsabile”. Ora la bambina è una meravigliosa ragazza, e ad accompagnarla c’è Hugo, metà cane, metà gatto, bizzarra e adorabile creatura capace di proteggere e di confortare… Ma in tutto questo esiste un luogo dove il tempo si dissolve come i sogni o le nuvole, in cui scene fantasmagoriche sembrano evocare le paure di un bambino o la sofferta esperienza di un adulto, e dove prendono corpo presenze sovrumane, dolci e potenti, che vigilano su di noi… ma cosa sono, dove si trovano? Mentre nel mondo visibile la civiltà va in frantumi, qualcosa di molto diverso prende vita in questo spazio segreto che è al margine delle nostre esistenze quotidiane, e in cui forse vivono altri noi stessi, proiezioni o sogni dei nostri desideri.

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