Buon lunedì, prodi seguaci.

Non è stato (di nuovo) un bel fine settimana questo e, siccome sto leggendo Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, direi che questo passo è molto appropriato: nessun@ di noi vuole avere qualcun@ che pretenda di sapere cos’è giusto e sbagliato per noi stess*.

Che genio, che integrità dev’esserci voluta, davanti a tutta quella critica, in mezzo a quella società puramente patriarcale, per tenersi saldamente alla realtà, così come la vedevano, senza deflettere! Solo Jane Austen ed Emily Brontë l’hanno fatto. Questa è un’altra piuma, la più bella forse, sui loro cappelli. Scrissero come scrivono le donne, non come scrivono gli uomini. Fra le mille donne che allora scrivevano romanzi, solo loro ignorarono del tutto i perpetui ammonimenti dell’eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Solo loro furono sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora autorevole, ora addolorata, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora familiare, quella voce che non lascia in pace le donne, ma deve sempre star loro addosso, come una governante troppo onesta: scongiurandole, come Sir Egerton Brydges, di essere raffinate; introducendo perfino nella critica poetica la critica del sesso, consigliando loro, se vogliono essere buone e vincere, suppongo, qualche vistoso premio, di mantenersi entro certi limiti che il signore in questione ritiene convenienti: «…le scrittrici dovrebbero aspirare all’eccellenza letteraria solo attraverso la coraggiosa ammissione delle limitazioni del loro sesso». Questo è venire al sodo, e quando vi dico, sperando di sorprendervi, che questa frase non è stata scritta nell’agosto 1828, ma nell’agosto 1928, sarete d’accordo, penso, nel riconoscere che, per quanto ora ci delizi, rappresenta una vasta fetta di opinione – non vorrei rimuovere quest’acqua stagnante: raccolgo solo ciò che il caso mi ha spinto davanti ai piedi – che un secolo fa era assai più vigorosa e assai più esplicita. Nel 1828 ci sarebbe voluta una giovane molto ardita per ignorare tutte queste rampogne, ammonimenti e promesse di premi. Avrebbe dovuto essere una specie di agitatrice per dire a se stessa: «Oh, non potete comprare anche la letteratura. La letteratura è aperta a tutti. Non ti permetto, per quanto Bidello tu sia, di scacciarmi dal prato. Sprangate le vostre biblioteche, se volete; ma non potete mettere alcun cancello, alcuna catena, alcun lucchetto alla mia libertà mentale».

Una stanza tutta per sé è un trattato ironico, immaginifico, personalissimo e vario, che riesce a unire l’analisi sociale e la satira. Il leitmotiv della stanza, grembo e prigione dell’anima femminile, si allarga fino a comprendere tutti i luoghi della dimora umana: la natura, la cultura, la storia e infine la “realtà” stessa nella sua inquietante ma esaltante molteplicità. L’autrice demolisce la società patriarcale, bussa con forza alle porte del mondo della cultura, fino a quel momento di esclusivo appannaggio maschile, pretende di farvi irruzione, chiede che non ci siano più limiti e divieti per il pensiero delle donne.

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