Buon lunedì, prodi seguaci!

Come qualcun@ avrà già adocchiato, ieri ho cambiato avatar, optando per un facsimile della mia faccia. In tutta sincerità, mi sembra poco simile (ma questo passava il convento, alias avatarmaker.com) e molto più carino di me (momento di crisi estetica per il mio avatar più bello di me… okay, passato! 😀 ), ma visto che ho cambiato gran parte della grafica ho pensato anche di rivedere la mia immagine pubblica di blogger. Spero vi piaccia (e attent* alle critiche, è pur sempre la mia pseudo-faccia!).

Passando a cose più interessanti… oggi vi propongo una poesia di Muscia da Siena, presa dalla raccolta che sto leggendo in questo periodo, Poesia comica del Medioevo italiano a cura di Marco Berisso. Per la parafrasi e altri dettagli sulla vita di Muscia da Siena, qui.

Un Corzo di Corzan m’ha sì trafitto

che no·mmi val cecerbita pigliare,

né dolci medicine né amare,

né otrïaca che venga d’Egitto.

 

E ciò che Galïen ci lasciò scritto

aggio provato per voler campare:

tutto m’è gocciol’ una d’acqua in mare

tanto m’ha ‘l suo velen nel mie cor fitto.

 

Là ‘nd’i’ son quasi al tutto disperato,

poï che no·mmi val null’argomento:

a questo porto Amor m’ha arrivato!

 

Ché son quell’uom che più vivo sgomento

che·ssi’ nel mondo o che mai fosse nato:

chi me n’ha colpa, di terra sia spento.

Come era avvenuto in Provenza, così pure nell’antica poesia italiana si legge, accanto alle rarefatte prove stilnovistiche, una lirica dal diverso accento: fiorita nella seconda metà del Duecento, originariamente toscana, nel corso del XIV secolo giungerà a Perugia, a Roma, a Treviso. Etichettata in molti modi, questa poesia di volta in volta comica, burlesca o giocosa è assolutamente omogenea nelle sue caratteristiche: i temi realistici, i colori e le sonorità della lingua dialettale, la scelta del sonetto come genere esclusivo. Prediletti non solo da “specialisti” come Cecco Angiolieri, Folgore da San Gimignano o Cenne da la Chitarra, ma anche dai maestri della poesia alta come Rustico, Guinizelli, gli stessi Dante e Cavalcanti, questi versi irriverenti e spregiudicati si rivelano come una delle migliori e più sorprendenti sperimentazioni del linguaggio espressionista medievale.

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