Piccolo di statura, deboluccio e un po’ imbranato con la spada, Locke Lamora ha però un grande punto di forza: nessuno lo può battere quanto ad astuzia e abilità truffaldina. E benché sia vero che ruba ai ricchi nessun povero ha mai visto un soldo bucato dei suoi furti. Tutto ciò su cui mette le mani lo tiene per sé e per i Bastardi Galantuomini, la sua banda. A suo modo, Locke è il re di Camorr, una città che sembra nata dall’acqua, ornata di migliaia di ponti e di sontuosi palazzi barocchi e popolata da mercanti, soldati, accattoni e, ovviamente, ladri. In realtà, Camorr è il dominio di Capa Barsavi, perversa mente criminale, che da qualche tempo è impegnato in una lotta senza quartiere con il Re Grigio, altro personaggio decisamente poco raccomandabile. Impiccione per natura, Locke si ritrova suo malgrado in mezzo a questo scontro di titani e rischia di lasciarci le penne. Anche perché il suo misterioso passato nasconde un segreto che può mettere in pericolo l’intera nazione camorrana…


«Un giorno, Locke Lamora, combinerai un casino così superbo, così ambizioso, così travolgente che il cielo si illuminerà, le lune gireranno e gli dei stessi cacheranno comete con gioia. E spero solo di essere ancora in circolazione per vederlo.»
«Oh, per piacere. Non succederà mai», dichiarò Locke.

La mia reazione alla fine del libro è stata più o meno la stessa di uno dei personaggi femminili più risoluti che mi sia capitato di incontrare in un fantasy: una grassa risata a sancire il “me l’hai fatta di nuovo, Locke Lamora, mannaggia a te!”.

Ne Gli inganni di Locke Lamora si ride e si piange, ci si esalta e ci si dispera, si gabba e si è gabbati, si è eroi e si è ladri, leali e ingannatori, salvatori e distruttori. Ogni personaggio è succosamente poliedrico, con le sue ombre, i suoi affetti, il suo orgoglio e le sue paure.

È estremamente improbabile non innamorarsi dei Bastardi Galantuomini, Locke Lamora in testa. Sono tutti legati da quel vincolo di amicizia fraterna del quale mi piace tanto leggere e sono tutti un po’ matti (manco a dirlo, Locke Lamora in testa). Ci sono Calo e Galdo Sanza, che sono due macchiette gemelle e due bari inarrivabili; e abbiamo Cimice, il più piccolo dei Bastardi, ma già oltremodo fiero di far parte del gruppo e desideroso di esserne degno. Quindi c’è Jean Tannen, il guerriero del gruppo, quello che a prima vista tutt* credono un mollaccione perché troppo paffuto e rubizzo per sembrare la minaccia che invece è.

Infine, c’è Locke Lamora, la testa del gruppo, in tutti i sensi. Gracile e inabile con la spada com’è, chiunque lo incontri non lo considererebbe più pericoloso di un pulcino. Eppure Locke Lamora, la Spina di Camorr è riuscito – e riuscirà – a prendere per il culo proprio tutt* alla fine. Compreso chi legge. È davvero difficile star dietro a quel suo cervello contorto mentre la sua lingua impertinente fa strage dell’altrui orgoglio.

Non si può non volergli bene, soprattutto alla fine, quando si tirano le fila e viene fuori che la vendetta è una merda. Testuali parole. È una merda perché non ti restituisce chi hai perso. È una merda perché rischiano di farsi male persone innocenti (non vorreste mica dirmi che i figli dei colpevoli sono a loro volta colpevoli, vero?). È una merda perché, pers* nel nostro delirio vendicativo, potrebbe non importarcene più nulla di nulla.

Ritornerò sicuramente nel mondo creato da Scott Lynch (maledendo la Nord che ha interrotto la pubblicazione di questa saga), perché è troppo bello, troppo dettagliato, troppo ricco perché io possa lasciarlo così facilmente.

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