È il 1933: il Texas è schiacciato dalla Grande Depressione. Richard Date, un ragazzino di quindici anni che sogna di diventare scrittore, è ossessionato dall’idea di dare la caccia a un cinghiale selvatico che terrorizza da anni le campagne intorno al fiume Sabine, e che neppure suo padre, grande campione di lotta, è mai riuscito a catturare. Si tratta di una bestia spaventosa, di proporzioni gigantesche, una creatura mitica, quasi soprannaturale. Finché, una notte, il cinghiale esce dalle nebbie del mito e si fa minacciosamente concreto, attaccando Richard nei suoi affetti più profondi. Al ragazzo non resterà che accettare la sfida con le sole armi di cui dispone: l’astuzia e il coraggio. Al suo fianco avrà Abraham, il suo migliore amico, un ragazzo nero che sogna di tornare un giorno nella sua terra con una fama da grande guerriero.


L’ultima caccia è uno di quei romanzi che si consiglia a chi da ragazz* ha letto e riletto i libri di Mark Twain. Joe Lansdale non ci racconta niente di nuovo, ma che goduria ritrovare quell’atmosfera e quella voglia di avventura!

Aggiungete ai ricordi di gioventù anche uno scrittore che sa come raccontare una bella storia e non riuscirete a staccarvi da L’ultima caccia, anche se sapete benissimo come andrà a finire. Non importa: il bello di una bella storia sta proprio nel modo in cui viene raccontata, nelle parole che vengono usate, nel folklore che la colora e nella tensione che provoca indipendentemente da quante volte sia stata raccontata.

Joe Lansdale lo sa. Lo sa talmente bene da aver inserito il concetto anche in questo romanzo. Richard e Abraham sono stati i protagonisti della loro storia: eppure, quando un buon narratore come Zio Pharaoh la racconta, non possono fare a meno di ascoltarla. Per l’ennesima volta.

3 stars smaller

Annunci