Il giorno di San Valentino quattro membri della famiglia Coverdale vengono trucidati dalla loro governante Eunice Parchman e dalla sua amica Joan Smith. Due settimane dopo, Eunice viene arrestata per il pluriomicidio… perché non sa leggere. Nell’elegante casa dei Coverdale, dove la cultura permea l’atmosfera e i libri sembrano un elemento indispensabile della vita quotidiana, il buio della mente, l’ottusità dell’ingegno, la non conoscenza di ciò che significa la parola scritta, ha provocato guasti tali da trasformare una donna in una belva che uccide perché le sembra che l’unica liberazione possibile dal suo cupo segreto di analfabeta sia il riscatto attraverso il sangue.


Sapete una cosa? Avevo proprio voglia di un romanzo che si facesse divorare, di quelli che o si legge un altro capitolo o si muore (dalla curiosità). È forse bizzarro che il compito sia ricaduto su La morte non sa leggere, dato che il finale è noto fin dalle prime righe del primo capitolo. Eppure…

Eppure Ruth Rendell, che evidentemente sapeva il fatto suo, si è fatta leggere in un soffio perché volevo conoscere il finale, anche se in realtà già lo sapevo. Giuro solennemente di non essere ubriaca mentre scrivo queste righe: è che semplicemente la Rendell ha reso superfluo il conoscere l’assassina, ma ha fatto sì che fosse indispensabile capire il corso degli eventi.

Vogliamo poi parlare del fatto che Eunice Parchmann sterminò la famiglia Coverdale perché non sapeva leggere, perché non sapeva scrivere? È motivo di grande fascino (se ben gestita) per un* lettore/trice trovarsi a leggere una storia che in qualche modo ha come protagonista la lettura e parenti stretti. Credo sia proprio una faccenda di vanità, che evidentemente i/le lettori/trici possiedono in gran quantità. Noi leggiamo e siamo molto figh*: è giusto che il mondo lo sappia. Il rovescio della medaglia è che si rischia più di ogni altr* di essere uccis* da una tizia analfabeta con qualche rotella fuori posto, ma ehi, cosa potremmo mai farcene della perfezione?

Scherzi a parte, penso che l’analfabetismo sia tanto tremendo quanto descritto dalla Rendell nel personaggio di Eunice. È vero che Eunice non può essere proprio presa a modello, ma esemplifica bene come l’analfabetismo possa portare a un totale isolamento, che a sua volta faccia sprofondare in un abbrutimento così nero da sembrare quasi demoniaco. È così facile oggi emarginare chi non viene ritenuto intellettualmente all’altezza, così facile che non ci sembra nemmeno di fare qualcosa di sbagliato.

I membri della famiglia Coverdale sono quelli che si potrebbero definire dei tipi snob molto autoreferenziali: nonostante siano le vittime del romanzo, è difficile simpatizzare con loro ed è ancora più difficile nel momento in cui ridono dell’ignoranza di Eunice alle sue spalle.

Dovremmo ricordarci del disagio che corre lungo tutto questo romanzo ogni volta che ci venga la tentazione di sminuire qualcuno per la sua intelligenza e/o cultura. Un omicidio non è certo giustificato alla luce dell’analfabetismo o del difficile passato dell’omicida, ma sarebbe il caso di cercare di minimizzare i luoghi oscuri, fisici o mentali, affinché meno persone possibile ci si perdano.

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