Un’estate torrida in una vecchia casa toscana, dalle finestre si vedono le antiche torri tremolanti nella calura. Qui Tristano vive la sua lunga agonia: la cancrena gli divora una gamba, i dolori sono lancinanti, la malattia si estende a tutto il corpo. Sotto gli effetti allucinatori della morfina, Tristano, vecchio, incattivito, rabbioso, racconta a uno scrittore, da lui convocato, i ricordi di una vita, i conflitti che ancora lo lacerano, i tradimenti, la sua ricerca di libertà.


Come Umberto Eco, Antonio Tabucchi fa parte di quegli autori che adoro, ma dei quali per qualche stupido motivo non ho letto quasi niente. L’unico altro romanzo di Tabucchi che ho letto, infatti, è Sostiene Pereira e l’ho amato.

Tristano muore è un romanzo sulle ultime parole che un uomo morente di una morte lenta e dolorosa lascia ai vivi, impersonati da questo scrittore senza volto e senza nome che mette su carta, in silenzio, la sua storia.

Tristano è un uomo amareggiato dalla sua condizione, affaticato dagli anni e avvolto dalla morfina che dà ai suoi sogni la consistenza dei ricordi e ai suoi ricordi l’atmosfera dei sogni. L’intero romanzo è un suo monologo che tenta di ricostruire la sua vita con realismo, anche se il ritmo dei ricordi è spezzato, non lineare e pesantemente caratterizzato da quelle ripetizioni tanto care agli anziani (chi ne frequenta sa di cosa parlo).

L’abilità di Tabucchi nel tratteggiare quest’uomo è quindi indubbia, ma da grande scrittore quel era si è spinto oltre: Tristano, infatti, con la sua vita racconta il Novecento, con i suoi eroi e i suoi amori, con le sue vigliaccherie e i suoi tradimenti. Si può raccontare di una vita (di un secolo) dal di dentro, mentre ancora la si vive, sebbene la fine sia già visibile?

La risposta di Tabucchi è sì, ma solo se la si accetta in toto e la si racconta senza censure, così come la si è vissuta. Dovremmo essere abbastanza empatici da riconoscere che l’eroismo e la vigliaccheria fanno entrambe parte dell’animo umano e che esaltare l’uno e nascondere l’altra non ci porta da nessuna parte. Sia per quanto riguarda noi stessi, sia per quanto riguarda i nostri rapporto con gli altri.

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