Buon inizio di settimana, prodi seguaci!

Per me la settimana inizia con il richiamo del tetano (vaccinatevi, gente, vaccinatevi, ché le malattie son brutte, a volte contagiose e spesso mortali!), un cambio da follower a seguaci (che fa più italiano ed è sufficientemente neutro da includere maschi, femmine e qualunque sfumatura ci sia nel mezzo) e con una poesia scelta da Poesie di Emily Dickinson.

Nella cassetta d’ebano, passati molti anni,

guardare reverenti,

scostando quella vellutata polvere

che le estati vi sparsero!

 

E reggere una lettera alla luce –

ormai ingiallita dal tempo –

compitare le sillabe sbiadite

che come vino ci esaltavano!

 

Forse tra i suoi tesori ritrovare

qualche sgualcito petalo d’un fiore,

che una mattina lontana fu colto

da un’intrepida mano, ora consunta.

 

Una ciocca tagliata da una fronte

che la nostra costanza ormai dimentica,

e forse qualche ninnolo antiquato

in una foggia che ormai non usa più.

 

E poi riporre tutto, silenziosi,

e andar pei fatti nostri

come se quella cassettina d’ebano

più non ci riguardasse.

Le poesie della Dickinson sono pervase dalla sua personalità schiva eppur dirompente: la vita, gli affetti, la natura, il pensiero ossessionante della morte e dell’abbandono sono descritti con forza viva e drammatica. La sua è una genialità così originale da mettere in discussione l’idea che ognuno di noi ha sulla natura del genio poetico. Sono qui raccolte tutte le poesie tradotte dalla poetessa Margherita Guidacci. Una traduzione che ha attraversato tutte le complesse vicende editoriali che hanno “riscritto” i versi della Dickinson e che hanno dato luogo a una stratificazione qui, per la prima volta, restituita al lettore italiano. Un classico della poesia illuminato da un classico della traduzione.

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