Storia della libertà di pensiero è anche la storia di quegli uomini che hanno finito per cambiare il mondo e dal loro mondo non sono stati creduti. Non sono stati creduti perché dicevano la verità, perché avevano un sogno difficile da condividere, perché avevano letto nella natura, nello spazio, nell’infinito leggi troppo pericolose da divulgare. La fama che li ha circondati dopo la condanna del loro tempo ha oscurato la loro semplice statura di uomini fra gli uomini. Ecco perché Paolo Villaggio si diverte a ricostruire biografie (immaginarie ma non troppo), fatti esemplari, frasi famose, e tutto ciò che i libri di scuola non hanno raccontato: Socrate, combattuto tra l’amore non platonico per i suoi allievi e una moglie che lo perseguita per tutta Atene; Giulio Cesare, alla ricerca di frasi memorabili per i futuri libri di storia; Gesù di Nazareth e i suoi serissimi problemi con il padre, ma quello terreno questa volta; Cristoforo Colombo all’inseguimento di mondi nuovi e giovani marinai molto attraenti; Girolamo Savonarola e i suoi: “Io non sono d’accordo”; Giordano Bruno sulle fiamme che i popolani usano per cucinare abbacchi e frittate di cipolle; Galileo Galilei e le sue preferenze in fatto di donne. E poi, chiamati a comparire in scena: Pitagora, Archimede, Pietro Micca, Maria Antonietta, Giuseppe Garibaldi, Adolf Hitler, Gandhi, Rita Levi Montalcini, Romano Prodi, Silvio Berlusconi.


Creo che amerò per sempre questo libro per la storiella del masso e dei fatalisti (quella che ho postato in un Citazione della settimana), perché ogni volta che la leggo mi fa ribaltare dal ridere. Ognuno ha le sue debolezze.

Per il resto, vorrebbe risultare simpatico riscrivendo biografie “più vere del vero”, ma non gli riesce tanto bene. Finisce per risultare noioso in questa sua continua ricerca del lazzo a sfondo sessuale o comunque godereccio. Finisce anche per essere volgare in alcuni passaggi.

Ora, io ho una tollerabilità alle parolacce piuttosto alta e ne faccio quotidianamente largo uso, ma Villaggio le usa proprio a cazzo di cane (visto? Che vi dicevo?), come nei cinepanettoni dove le parole volgari vengono usate al posto delle battute e tutti dovremmo ridere – solo che ci viene tristezza.

È l’unico libro che ho letto di Villaggio, quindi non so se sia una sua caratteristica, o invece Storia della libertà di pensiero sia uno scivolone. Propendo per la seconda ipotesi: da chi ha scritto il testo di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers mi aspettavo di più.

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