Buon lunedì, prodi follower!

Spero che abbiate passato un buon fine settimana: per me si è tradotto nella lettura di ben tre libri (a mia discolpa dirò che uno è di poesia). Tra questi tre, tutti appena all’inizio, ho scelto di postarvi l’incipit de Il concerto dei pesci di Halldór Laxness (Premio Nobel per la letteratura nel 1955) perché mi ha colpito molto.

Un saggio ha detto che, dopo la morte della madre, poche cose sono più salutari per un bambino che perdere il proprio padre. E per quanto io sia ben lungi dal sottoscrivere incondizionatamente una simile affermazione, sarei l’ultimo a respingerla a priori. Personalmente, potrei sostenerla senza ombra di amarezza nei confronti del mondo, o piuttosto senza il dolore che il semplice suono di queste parole comporta.

Ma qualsiasi cosa si voglia pensare sull’argomento, sta di fatto che nel mio caso io ho dovuto stare al mondo senza genitori. Non voglio definirla la mia fortuna, sarebbe un po’ esagerato. Ma non posso nemmeno chiamarla sfortuna, almeno non per quel che mi riguarda; e questo perché in loro vece ho avuto un nonno e una nonna. Sarebbe forse più vicino al vero dire che la sfortuna fu più di mio padre e di mia madre: non perché sarei stato per loro un figlio modello, tutt’altro, ma perché hanno molto più bisogno i genitori dei figli che non i figli dei genitori. Ma questa è tutt’altra questione.

I pesci possono cantare? Si può restare fedeli alle radici quando la vocazione artistica spinge a varcare i propri confini? Alle soglie del xx secolo l’Islanda si affaccia alla modernità di un mondo globalizzato: Reykjavík si appresta a diventare una capitale dominata dai mercanti, ma ai suoi margini, nel borgo di Brekkukot, l’ipocrisia e l’arroganza della borghesia emergente restano fuori dalla casupola di torba del vecchio Björn, un pescatore stagionale che resiste alla logica mercantile con illuminata testardaggine. Fedele alla ruvida, ma generosa etica tradizionale, Björn offre ospitalità a un campionario di personaggi stravaganti nel suo sottotetto: qui vedrà la luce anche il piccolo Álfgrímur, abbandonato dalla madre e destinato a seguire sul mare il “nonno adottivo”. Ma è cantando ai funerali nel cimitero sotto casa, che il giovane deciderà di dedicarsi alla musica, alla ricerca “di un’unica nota pura”, un ideale unisono fra talento artistico e limpidezza di cuore. Avviato agli studi, Álfgrímur si troverà diviso tra l’idillico microcosmo della sua infanzia e il richiamo di un mondo complesso, ambiguo e attraente, incarnato dalla enigmatica figura di Garðar Hólm, il cantante lirico celebre in tutto il mondo che in patria nessuno ha mai sentito cantare: icona nazionale dai tratti sfuggenti, cela un mi-stero che solo specchiandosi nella coscienza limpida di Álfgrímur potrà essere sciolto. Laxness guarda con ironia e nostalgia al mondo della sua infanzia, consegnandoci il romanzo di formazione di un’artista e di un’intera nazione, sospesa fra tradizione e innovazione.

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