Uno dei migliori romanzi satirici del Novecento, capace di fare arrabbiare i cattolici e infuriare i borghesi. Allora fu amato da Conrad, Benjamin e Jung, oggi è paragonato a Orwell, ma in Italia giaceva dimenticato da quasi cinquant’anni. Anno mille, più o meno. Un vecchio monaco quasi cieco sbarca su un’isola bretone popolata di pinguini. Scambiandoli per esseri umani, li battezza tutti. Per rimediare all’errore, Dio e i santi radunati in riunione decidono di concedere ai volatili «un’anima, però di piccola taglia». Peccato che dalla conversione in poi, i pinguini sviluppino avidità e invidia, prepotenza e conformismo, ambizioni e pudori (il primo pinguino vestito viene violentato da un diavolo travestito da prete). A partire da quest’antefatto, Anatole France traccia la storia di Pinguinia come controcanto amaro, rivelatore e irresistibilmente comico dell’evoluzione dell’Europa dal Medioevo fino alla rivoluzione industriale. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1908, è stato per lungo tempo considerato il capolavoro di Anatole France e viene accostato a classici come La fattoria degli animali di Orwell e Il mondo nuovo di Huxley. L’ultima edizione italiana (Longanesi, introduzione di Carlo Bo) risale al 1959.


Davanti all’Affare Dreyfus, nel quale si accusava un innocente, non tutti rimasero a guardare ed è ormai proverbiale il J’Accuse…! che Émile Zola scagliò dalle pagine de L’Aurore contro coloro che misero in piedi l’intera vicenda. Non solo: l’indomani, sul medesimo giornale, comparve la Petizione degli intellettuali, firmata tra gli altri anche da Anatole France.

Lo scrittore, oltre a essere molto colpito dall’Affare (probabilmente inevitabile nella Francia di fine XIX secolo), ne intuì la grande importanza, dato che finì per parlarne nell’ultimo volume della tetralogia Storia contemporanea e ne L’isola dei pinguini, satira sfacciata della società occidentale e del suo tetro futuro.

Così sfacciata che fece incazzare di brutto la Chiesa cattolica, che in effetti nel romanzo non fa una gran bella figura (come è successo nella storia, comunque, France non si inventa nulla). Ovviamente per punirlo per la sua satira irriguardosa e per la sua irreligiosità blasfema, nel 1920 la Chiesa pensò bene di mettere all’Indice tutte le sue opere.

Chissà come si sarebbero sfregati le mani nel sapere che nel 2016 Anatole France avrebbe continuato a essere bellamente ignorato e dimenticato, nonostante il valore letterario delle sue opere, il suo essere uno dei grandi del Novecento (uno che ispirò Proust, ragazz*), l’aver vinto il Nobel per la letteratura nel 1921 e aver avuto dei funerali di Stato grandiosi (avete presenti quelle cose in grande stile tipiche dei francesi? Ecco).

Mi rendo conto di non aver detto sostanzialmente nulla di questo romanzo: leggete L’isola dei pinguini e lasciatevi dire tutto da France. Lasciate che la sua satira vi diverta, vi faccia riflettere e vi intristisca, oggi come allora: France è uno dei grandi, uno degli autori sempre attuali.

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