Undici casi intricati e complessi che la mente analitica dell’investigatore di Baker Street riesce a risolvere brillantemente: dalla scomparsa di un cavallo da corsa,
a una madre disperata, dalle sparizioni di importanti documenti allo scontro con il famigerato Moriarty, l’irriducibile avversario di Holmes.


Con Le memorie di Sherlock Holmes Arthur Conan Doyle tentò di uccidere Sherlock Holmes perché non lo sopportava più. Insomma, lui si riteneva uno “scrittore serio” che non poteva perder tempo ed energie a scrivere gialli con protagonista un eccentrico – seppur geniale – investigatore privato.

Vista la mole di affezionati fan che seguivano le gesta di Sherlock Holmes e del dottor Watson, Conan Doyle non vide probabilmente altra alternativa a quella di uccidere il suo personaggio più celebre. Immagino, però, che fosse anche consapevole dello sconcerto – eufemismo – che avrebbe provocato nei fan: pensò bene quindi di far terminare la carriera di Holmes alla grande. Infatti, non solo ne L’ultima avventura l’autore scozzese diede all’investigatore un nemico degno della sua levatura – il professor Moriarty – ma, presi nel loro insieme, gli undici racconti de Le memorie di Sherlock Holmes sono tra i più belli e i più interessanti della sua produzione.

In essi, infatti, conosciamo meglio l’uomo Sherlock, facciamo la conoscenza di suo fratello Mycroft e li vediamo interagire insieme; lo vediamo prendere una cantonata e il suo timore nell’eccessiva fiducia in se stesso; lo vediamo prendere tutti amabilmente per i fondelli e cercare la compagnia del suo amico Watson quando la situazione diventa difficile.

Non potevi davvero pensare di farla franca a uccidere un personaggio così, Sir Arthur Conan Doyle. Certi personaggi, semplicemente, non si possono uccidere: diventano immortali – almeno finché il Sole risplenderà su le sciagure umane.

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