Buon lunedì e buon inizio di novembre a tutti e tutte!

Nel giorno in cui i cattolici commemorano i defunti, ho pensato di proporvi una citazione da un libro che ho letto molto tempo fa e non da uno che sto leggendo in questo momento. Sto parlando di Quo vadis? di Henryk Sienkiewicz, un romanzo al quale sono sorprendentemente molto legata.

Ora, la citazione che ho scelto parla sì di morte, ma è alla fine del romanzo, quindi è altamente SPOILEROSA. Se non avete letto il romanzo o non conoscete per niente la vita di Petronio, autore del Satyricon, ve ne sconsiglio la lettura.

“A questo pensiero mi vien da ridere, caro mio, perché anche Paolo di Tarso mi ammoniva che per amore di Cristo bisogna rinunciare alle ghirlande di rose, ai banchetti e ai piaceri. È ben vero che mi prometteva un’altra felicità; ma io gli risposi che per quella felicità ero troppo vecchio, e che i miei occhi si sarebbero sempre rallegrati alla vista delle rose, e il profumo delle viole mi sarebbe sempre stato più caro delle esalazioni del mio ‘prossimo’ poco pulito della Suburra.

“Ecco i motivi per cui la vostra felicità non fa per me. Ma ce n’è un altro ancora, che ti ho serbato per ultimo. E questo è che Tànatos mi chiama. Per voi comincia l’alba della vita, per me invece il sole s’è già spento e il crepuscolo mi avvolge. In altre parole, debbo morire, ‘carissime’.

“Non vale la pena parlarne a lungo. Doveva finire così. Tu che conosci Barba-di-rame lo capirai facilmente. Tigellino mi ha vinto; o meglio, no, sono soltanto le mie vittorie che hanno raggiunto il loro termine. Ho vissuto come mi è piaciuto e morrò come mi piace.

“Non ve ne accorate. Nessun dio mi promise l’immortalità. Non mi capita perciò qualcosa di inaspettato. Inoltre tu sbagli, Vinicio, quando dici che solo il vostro Dio insegna a morire tranquillamente. No. Anche il nostro mondo seppe, prima di voi, che quando l’ultima coppa è vuotata è tempo di andarsene, di riposare, e sa ancora fare questo con serenità. Platone insegna che la virtù è una musica e la vita del saggio un’armonia. Se è così, io morrò come vissi, virtuosamente.”

L’amore contrastato tra Vinicio, giovane patrizio romano, e Licia, figlia di un re barbaro condotto a Roma in ostaggio e cresciuta in una famiglia convertita al cristianesimo, è il filo conduttore di questo romanzo storico. La vicenda si svolge nella Roma imperiale di Nerone, nel momento in cui per la prima volta il mondo pagano deve sostenere l’urto del mondo cristiano, la prima avvisaglia di quel conflitto che avrebbe visto il potente impero soccombere alla cristianità ancora debole e inerme.

Ora, quel quando l’ultima coppa è vuotata è tempo di andarsene, di riposare mi fornisce il pretesto per parlavi di Massimo Fanelli, un signore di 54 anni, ammalato di SLA in stato avanzato.

Il signor Fanelli chiede da anni una legge sul fine vita, ma i suoi appelli ai nostri parlamentari sono per lo più rimasti inascoltati, come quelli di altri malati o dei loro cari. Dal 10 ottobre scorso quindi ha preso una decisione drammatica: sospendere le cure, al grido di “Caro Stato, se non mi dai la libertà e la dignità, tieniti pure le medicine per la Sla”.

Nel mio piccolo, vorrei contribuire a diffondere l’accorato messaggio del signor Fanelli, che potete trovare qui.

Credo che nessuno di noi, a meno di non essere coinvolto, si renda davvero conto di cosa significhi convivere con una malattia tanto terribile. Purtroppo però ammalarsi fa parte della vita e non a tutte le malattie la scienza medica ha trovato una cura efficace.

Nessuno, se non la persona stessa, può decidere cosa fare della propria vita, tanto più in queste situazioni così estreme. Ognuno ha diritto di scegliere se usufruire delle migliori terapie del dolore e di un’avanzata assistenza medica e psicologica, oppure, semplicemente, morire nella maniera più dignitosa possibile.

#IoStoConMax per vivere ‪#‎LiberiFinoAllaFine‬!

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