Un uomo, uno scrittore, scopre nel 1993, con sorpresa (le sue sporadiche avventure omosessuali risalivano agli anni Sessanta e Settanta, e non era più a rischio dal 1977), di avere l’Aids e di essere condannato a morte. Quest’uomo è Harold Brodkey, uno dei più eccelsi prosatori contemporanei, e la “storia della sua morte” diventa non tanto un diario di fatti (i progressi della malattia, il decadimento fisico), ma il resoconto di due anni di continuo stato di grazia creativo, due anni di straordinaria lucidità, due anni di “vita vera” concessi proprio dall’imminenza della fine. Il risultato è un’opera asciutta e minutamente cesellata, un libro estremo, un classico contemporaneo capace di toccare le profondità abissali di un racconto come “La morte di Ivan ll’ic” di Tolstoj. E’ l’indimenticabile testimonianza di un uomo che affronta la morte a occhi aperti e riflette sul toccante rapporto che lo lega alla moglie amatissima, su un’ultima vacanza a Venezia, sulle circostanze della vita quotidiana; ma soprattutto si serve dell’esperienza del morire per raggiungere con la sua scrittura la sincerità assoluta, la chiarezza definitiva, perfino – ed è l’ultimo paradosso – un’assurda felicità.


Questo buio feroce è un libro pieno di sapori contrastanti: possiamo trovarci l’amore e la morte, il dolore e la felicità, la verità e la fame di bugie, la stanchezza e la voglia di fare, la forza e il disfacimento.

Dimenticate le frasi strappalacrime sull’ingiustizia di beccarsi una malattia che nel 1993 non lasciava scampo (l’AIDS): Harold Brodkey era un giornalista e ha voluto lasciarci una testimonianza del suo avvicinarsi alla morte a causa di una malattia in odore di infamia e depravazione e a tratti sfoggia un’ironia che difficilmente non vi strapperà un sorriso.

Il guaio della morte-sulla-soglia-di-casa è che sta succedendo proprio a te. E anche, che non sei più l’eroe della tua storia, e nemmeno il narratore.

Nel corso del libro, Brodkey non manca di sottolineare i suoi momenti di felicità, basati su quello strano e documentato fenomeno secondo il quale si vive più intensamente quando le nostre aspettative di vita sono drasticamente – e certamente – ridimensionate. Tuttavia, neanche prova mai a indorarsi la pillola: sa che dovrà morire, che sarà solo questione di – poco – tempo. A volte va bene, a volte è terribile; a volte gli sembra di aver vissuto una vita piena e soddisfacente, a volte gli appare tutto così vano.

È un ritratto molto umano quello che Brodkey fa di se stesso: senza certezze, senza Dio (che, anche se c’è, è lontano), senza pace (perché la pace nel nostro mondo non è mai esistita). Solo un uomo sull’orlo di questo melodrammatico pozzo, che rappresenta la perdita nella sua forma più pura e più monumentale, questo buio feroce, che oltre a essere sconosciuto, è un buio in cui non puoi entrare come te stesso.

Ma Questo buio feroce non si limita a essere una cronaca di una morte annunciata: è anche uno sguardo lucido sulla sua contemporaneità, su una società così presa dai suoi costrutti da aver smarrito la sua umanità.

La vita borghese è animata da una forte tendenza a mentire, a nascondere le cose. […] Preferisco essere franco sull’AIDS e farmi beffe dell’umiliazione pubblica, piuttosto che provare la reale umiliazione. Preferisco impegnarmi per far sì che questa morte assomigli il più possibile a qualsiasi altra fine.

La gentilezza dice sempre molto sul significato dell’universo, ma forse è una qualità che conta e riluce di più applicata a questa malattia che a qualsiasi altra in questo momento. Forse perché questa malattia si prende beffe più pesantemente di ogni altra di tutto ciò che uno era prima – mentalmente e fisicamente, socialmente ed eroticamente, emotivamente e politicamente.

E davvero non so so cos’altro aggiungere.

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