Buon lunedì a tutti e tutte! ^^

Eccomi di ritorno ad aggiornare il blog. La settimana di fuoco è passata, anche se, devo ammettere, il computer è ancora fuori forma, ma confido di sistemarlo strada facendo… Ho pure preso un sorcetto (alias mouse) nuovo, dato che iniziavo a temere che quello vecchio morisse di combustione spontanea (magari con la mia mano sopra).

Per questa settimana di ripresa delle trasmissioni, ho scelto una citazione da Gli dei hanno sete di Anatole France, che vinse il Nobel per la letteratura nel 1921 e cade a fagiolo visto che la settimana scorsa è stato assegnato il prestigioso premio per l’anno in corso (a Svetlana Alexievich, qualora ve lo foste perso… non la conoscevo, come mi succede quasi ogni anno, ma sembra un’autrice promettente).

“Io ho amore per la ragione, ma non ne ho per il fanatismo” rispose Brotteaux. “La ragione ci guida e ci illumina, ma quando ne avrete fatto una divinità, essa vi accecherà e vi indurrà al delitto.”

E Brotteaux continuò a ragionare, con i piedi nel pattume, come aveva fatto in altri tempi, seduto in una di quelle poltrone dorate del barone Holbach che, secondo la sua espressione, servivano di base alla filosofia naturale.

“Jean-Jacques Rousseau” diceva “che mostrò qualche ingegno, specialmente nella musica, era un furfante che pretendeva di trarre la morale dalla natura, mentre, in realtà, la ricavava dai principi di Calvino. La natura ci insegna a divorarci tra noi, ci dà l’esempio di ogni delitto e di ogni vizio, che la società cerca di correggere o di dissimulare. Bisogna amare la virtù, ma è bene sapere ch’essa è un semplice espediente inventato dagli uomini per poter vivere comodamente insieme. Ciò che noi chiamiamo la morale, non è che un’impresa disperata dei nostri simili contro l’ordine universale, che è lotta, carneficina e oscuro gioco di forze contrarie. La natura distrugge se stessa e, più ci penso, più mi convinco che l’universo è rabbioso. I teologi e i filosofi che fanno di Dio l’autore della natura e l’architetto dell’universo, ce lo fanno apparire assurdo e cattivo. Essi lo chiamano buono perché lo temono, ma sono costretti a convenire che agisce in maniera atroce. Essi gli attribuiscono una malignità rara persino nell’uomo, ed è così che lo rendono adorabile sulla terra. Poiché la nostra miserevole specie non consacrebbe un culto a degli dei giusti e benevoli, dai quali non avesse nulla a temere e non serberebbe una inutile gratitudine per i loro benefici. Senza il purgatorio e l’inferno, il buon Dio non sarebbe che un povero diavolo.”

1912. Anatole France, di lì a poco Nobel per la Letteratura (1921), pubblica una lettura scolastica dei giorni dell’odio e della decadenza della Rivoluzione Francese: non snatura gli eventi, ma li semplifica cancellando, per quanto possibile, contrasti e sfumature. L’intento è abbastanza limpido: prendere le distanze dalla violenza, dal fanatismo, dagli sciagurati eccessi dei giorni del Terrore. Un pizzico di approfondimento delle dinamiche psichiche dei personaggi avrebbe senza dubbio assicurato un salto di qualità dell’opera, così costretta, a distanza di un secolo dalla pubblicazione, a un’esistenza preclusa al grande pubblico e limitata agli studiosi e agli appassionati del genere (romanzo storico). “Gli dèi hanno sete” è un romanzo manierista, d’un’eleganza scabra e semplice, appena sporcata dalla ripetuta ed enfatica lettura della ossessa psiche del protagonista. Poco per poter ambire all’immortalità; abbastanza per assicurare un intrattenimento discreto e relativamente disimpegnato.

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