Ritratto di una famiglia inglese molto antica e disgustosa, i cui membri sono accomunati da una rapacità brutale e totalizzante: Thomas, un banchiere privo di scrupoli, Hilary, una giornalista senza opinioni definite, Roderick, un mercante d’arte lascivo e ignorante, Dorothy, crudele proprietaria di un’azienda agricola, Henry, un politico sempre pronto a cambiare partito. Ne emerge la ricostruzione degli anni Ottanta.


Inizio questa recensione ringraziando Sara Boero che ha portato alla mia attenzione questo romanzo: ha un canale su YouTube molto carino e interessante e consiglio a tutti e tutte di andarla a trovare. In questo momento c’è anche in corso un giveaway

E ora, fuoco alle polveri!

Come si fa a scrivere la recensione di un romanzo che è uno, nessuno e centomila? La famiglia Winshaw, infatti, è un po’ come l’Albero dei Quaranta Frutti: ogni innesto produce i suoi frutti con i suoi tempi così come ogni capitolo (parte? sezione?) di questo romanzo si presenta con una scelta stilistica diversa.

Insieme alle variegate scelte stilistiche, poi, si accompagnano generi diversi: epistolare, thriller, umoristico, giallo, saga familiare… c’è anche un capitolo assolutamente surreale, giusto per non farci mancare nulla.

È quindi all’interno di una macedonia di stili che si dipana la storia, che, in effetti, è a sua volta fatta di storie, storie personali che inizialmente sembrano aver a che fare poco o nulla l’una con l’altra. Gli stessi Winshaw, pur essendo parte della stessa famiglia, non sono quello che si definirebbe un’allegra brigata: i loro legami sono tutt’altro affettuosi.

Tuttavia, il vero outsider del romanzo sembra essere Michael Owen, scrittore assoldato da Tabitha Winshaw per scrivere la storia della sua famiglia e portare a galla la verità sulla morte di suo fratello Godfrey. Michael, infatti, non è uno di quegli scrittori che ci si aspetterebbe intorno ai Winshaw, uno di quegli scrittori di successo abituati a buttare giù tutto quello che il pubblico vuol leggere e che potrebbe portare loro ulteriore fama e introiti. Michael è uno scrittoruncolo che non si fila nessuno. Non si capisce manco dove Tabitha sia andata a pescarlo.

La presenza di Michael, però, fa sì che il lettore prenda coscienza dell’impatto che l’avidità smodata dei Winshaw ha sulla vita delle persone. In qualunque ambito mettano mano, infatti, i Winshaw riescono a tirar fuori palate di soldi, distruggendo però sane abitudini alimentari, risparmi di una vita, speranze di giovani artisti o diritti umani (i Winshaw non vanno tanto per il sottile).

Quindi Michael si trova invischiato nelle vicende di questa famiglia di squali (che poi le loro vicende sono un po’ anche le sue… anche se lui si ritrova dall’altra parte della catena alimentare…) e nel corso del romanzo lo vediamo più volte cercare di raccapezzarsi, trovare il bandolo della matassa… e noi con lui. Posso, infatti, tranquillamente affermare di non aver capito una mazza finché non mi è stato spiegato. Chi cavolo l’aveva capito il motivo per cui Coe ogni tanto fa saltare fuori quella scena di Sette allegri cadaveri? O perché via, via ricorre la figura di Gagarin?

Insomma, un romanzo straordinario che sfugge caparbiamente a qualunque tentativo di classificazione e un autore capace di sfoggiare un’abilità non comune da romanziere e di mostrare allo stesso tempo una realtà più vera del reale. Qualcuno un giorno disse che quest’ultima era la differenza tra buoni e cattivi scrittori.

5 stars smaller

Annunci