Buon lunedì a tutti e tutte e buon inizio dell’anno scolastico se siete alle prese con il ritorno a scuola! 🙂

Questo fine settimana mi ha fatto compagnia Dalle parte delle bambine di Elena Gianini Belotti: pubblicato nel 1973, è ancora tristemente attuale, e non solo in merito alla questione femminile. Ancora oggi troppi aspetti prestabiliti dalla società vengono pretestuosamente attribuiti alla biologia e alla natura.

La psicoanalisi è riuscita a far sentire la donna colpevole di una non raggiunta “femminilità” nel caso che questa si ostinasse a non voler essere considerata un individuo di seconda classe. L’assenza dell'”invidia del pene” distinguerebbe, infatti, secondo la psicoanalisi, le donne veramente “femminili”, cioè perfettamente adattate e soddisfatte della loro condizione. Cioè sarebbero autenticamente donne solo quelle che hanno accettato felicemente la loro condizione di inferiorità. Che è un punto di vista decisamente maschile.

Il Dr. Bernard Muldworf dice: “Non è l’assenza del fallo che la donna rimpiange, è il suo secondo posto nella produzione sociale. Ma questo secondo posto nella produzione sociale invece di essere attribuito alla sua causa reale, cioè l’organizzazione sociale, la differenziazione del corpo sociale in classi antagoniste, è attribuita alla natura, alla biologia, che non sono all’origine del modo sociale di produzione, ma al contrario sono da esso trasformate e orientate.”

La tradizionale differenza di caratteri tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l’individuo subisce nel corso del suo sviluppo. Questa la tesi appoggiata da Elena Gianini Belotti e confermata dalla sua lunga esperienza educativa con genitori e bambini in età prescolare. I condizionamenti nella direzione del ruolo assegnato all’uno o all’altro sesso cominciano addirittura prima della nascita, quando si prepara il corredino: rosa o celeste, e proseguono con la scelta – da parte degli adulti – dei giochi che i bambini “possono” o “devono” svolgere nella famiglia prima e poi nella società, per giungere alle scelte più o meno coatte nel campo degli studi, del lavoro e del loro avvenire.
Ma perché solo “dalla parte delle bambine”? Perché questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile. La cultura alla quale apparteniamo – come ogni altra cultura – si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere: fra questi anche il mito della “naturale” superiorità maschile contrapposta alla “naturale” inferiorità femminile. In realtà non esistono qualità “maschili” e qualità “femminili”, ma solo qualità umane. L’operazione da compiere dunque, scrive l’Autrice, “non è quella di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.” Da questa operazione trarranno vantaggio uomini e donne, e la loro stessa vita in comune.

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