“Fanny Hill” è un classico della letteratura pornografica che non ha perso nulla, a distanza di due secoli e mezzo, della sua capacità di turbare generazioni di lettori. Fanny è un incantevole, spontaneo, allegro e positivo personaggio femminile. Alla sua esplicita e incondizionata celebrazione delle gioie del sesso e della sessualità, resta estranea la vena dissacrante, perversa e distruttiva della tradizione francese libertina che sarebbe culminata alla fine del secolo nei romanzi del Marchese de Sade. Soprattutto il suo personaggio contrasta con il mito della “Pamela” di Richardson; donna che acquisisce felicità e rispettabilità sottraendosi al desiderio maschile e celebra il rito della donna passionale.


Fanny Hill è uno di quei romanzi che mi mettono in difficoltà: da una parte l’ho trovato perfino divertente, mentre dall’altra ha messo a dura prova la mia sopportazione. Ma procediamo per gradi.

Fanny Hill è un classico della letteratura erotica, diciamo pure un porno del 1749: il suo autore, John Cleland, si ritrovò a scriverlo per guadagnare un po’ di soldi da dare ai molti creditori che gli stavano con il fiato sul collo. E quale modo migliore di guadagnare soldi se non pubblicando un libro che avrebbe scatenato un putiferio e indotto un gran numero di persone a procurarselo?

Ovviamente Fanny Hill gli procurò diversi guai giudiziari, dai quali però seppe abilmente uscire, guadagnandoci pure un impiego statale. Fanny Hill venne proibito, ma immagino non vi sorprenderà sapere che continuò a infiammare l’immaginazione di molti tramite una buona diffusione sottobanco.

Cosa mi è piaciuto di Fanny Hill? Be’, innanzi tutto, per essere stato scritto nel 1749, l’ho trovato molto esplicito. Non aspettatevi allusioni o detti-non-detti: le scene di sesso sono molto esplicite. Molto più di quelle di E.L. James, se volete saperlo, perché contengono una naturalezza e una curiosità fanciullesca nei confronti dei piaceri derivanti dall’atto sessuale in grado di far arrossire alla grande Mr. Accigliato Grey.

Poi, sempre perché scritto nel 1749, contiene delle espressioni che mi hanno fatto morire dal ridere, come “iniezione balsamica” per sperma e “filetto di carne bianca di vitello” per “pene”.

Il fatto che sia stato scritto nel 1749 ci permette anche di lanciare uno sguardo alla condizione delle donne di piacere (o donne pubbliche, come sono chiamate nel romanzo), che rischiavano malattie, sfruttamento e problemi con la legge, ma potevano anche essere fortunate e riuscire a farsi mantenere da qualche abbiente signore. O molto fortunate se riuscivano a farsi sposare da qualche cliente innamorato.

Cosa non mi è piaciuto di Fanny Hill quindi? Forse è stupido visto che parliamo di un romanzo porno scritto nel 1749 (sì, lo so, vi sto facendo venire la nausea ripetendolo continuamente) e Olympe de Gouges avrebbe scritto il suo Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina solo nel 1791, ma non ho potuto fare a meno di essere infastidita da alcuni passaggi particolarmente maschilisti.

Sono rimasta, per esempio molto infastidita dalla visione penecentrica (o forse dovrei dire penegrossocentrica) di Fanny: quelli belli e buoni sono forniti di prodigiose mazze da baseball, mentre gli stronzi viscidi hanno delle insoddisfacenti penne a sfera BIC. Oppure vogliamo parlare di quest’attenzione morbosa nei confronti della verginità femminile? Oppure di quando Fanny ha provato repulsione di fronte al sesso tra due uomini, andando poi a denunciarli per i loro atti “contro natura”?

Insomma, ce n’è abbastanza per farvi urlare dalla frustrazione. Fanny Hill è un romanzo in bilico tra la modernità e il vecchio: c’è del buono che sa ancora sorprenderci e farci riflettere, ma c’è anche del brutto che, se non ci fa incazzare, di certo ci lascia molto perplessi.

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