«Aborrisco la monotona routine dell’esistenza. Ho un desiderio inestinguibile di esaltazione mentale. Ecco perché ho scelto questa mia particolare professione o, meglio, l’ho creata, poiché sono l’unico al mondo ad esercitarla».
Con queste parole Sherlock Holmes si racconta all’amico Watson: nel 1890, in effetti, e per molto tempo a venire, sulla scena letteraria mondiale non ci saranno rivali degni di lui. Il segno dei Quattro, secondo dei romanzi di Conan Doyle con protagonista l’investigatore, fu un vero successo, e consacrò al mito la sua figura. Vi si racconta un’indagine quanto mai intricata, tra sanguinosi delitti e tesori trafugati, che conduce il lettore dalla nebbiosa Londra al caldo e remoto arcipelago delle Andamane.


Seconda indagine per Sherlock Holmes, che questa volta si trova alle prese con tesoro scomparso. Al suo fianco ci sarà di nuovo il dottor Watson, che, però, a questo giro sarà piuttosto distratto dalla graziosa Mary Morstan, la donna che ha richiesto l’aiuto di Holmes.

Ne Il segno dei quattro vediamo il rapporto tra Holmes e Watson farsi più stretto, più vicino a quello di due amici che a quello tra coinquilini. Mi piace molto il modo in cui l’autore descrive la loro amicizia: non ha niente di artefatto, nonostante Holmes non sia esattamente la persona più facile con la quale avere un qualunque rapporto. Immaginate di stare con un tizio che vi dà dello stupido un giorno sì e l’altro pure…

Eppure Watson non solo lo sopporta, ma riesce a instaurare con lui un rapporto d’amicizia profondo e indissolubile. La scena durante la quale cercano di rintracciare l’assassino con un cane, sebbene finisca in un buco nell’acqua, è emblematica per descrivere l’amicizia tra i due: con una sola risata, scoppiata contemporaneamente in Holmes e Watson dopo un’occhiata, Arthur Conan Doyle ci mostra quanto già sia sviluppata l’amicizia tra i due.

Ma Il segno dei quattro è anche il romanzo nel quale veniamo a conoscenza dell’uso di cocaina e morfina da parte di Sherlock Holmes. Il lettore moderno ne rimane alquanto perplesso, anche perché Watson – un dottore! – sembra poco impressionato dalla pratica.

In effetti, è necessario contestualizzare, dato che nell’epoca vittoriana morfina e cocaina erano legali e si potevano tranquillamente in acquistare in farmacia. C’è anche da dire che la soluzione era decisamente meno forte di quella presente nella moderna cocaina: diventarne dipendenti cronici era meno probabile, sebbene a lungo andare non fosse comunque un toccasana per il cervello (ma tutto questo si è scoperto dopo… nell’Ottocento davano pure oppio ai bambini per calmarli… con risultati spesso definitivi).

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