Quattordici anni, genitori separati, un fratellino da accudire: Laura sembra una ragazza come tante, eppure ha qualcosa di speciale, un sesto senso che le permette di “sentire” l’avvicinarsi di una disgrazia o di un avvenimento insolito. I suoi poteri, ancora incerti e grezzi, le saranno di grande aiuto quando il fratello Jacko cadrà misteriosamente ammalato; per salvsrlo, Laura dovrà svilupparli e affinarli, diventando, con l’aiuto di due nuove amiche, un’autentica strega. Una storia in cui via quotidiana e vicende soprannaturali si intrecciano, per raccontare in modo insolito il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.


Sono rimasta basita da questo romanzo: l’ho preso su consiglio di qualche sito, non ricordo quale – pardon – pensando che avrei letto un romanzo tranquillo, forse un pizzico moralista, ma niente di che.

Attenzione, attenzione, ho la netta sensazione di essermi casualmente imbattuta nell’avo, o in uno degli avi, di Twilight. Già, pare che, oltre ad avere uno stuolo foltissimo di emulatori e scopiazzatori (E.L. James, vecchia volpe!), la signora Meyer abbia pure degli illustri precedenti. Persone informate dei fatti fatemi sapere se c’è qualche notizia ufficiale sulla parentela tra le streghe de La figlia della luna e i vampiri sbrilluccicosi della Meyer!

Comunque, reminiscenze inquietanti a parte, la prima dichiarazione che mi sento di fare su La figlia della luna è: sembra scritto a caso. La Mahy voleva scrivere un romanzo su quella delicata fase nella vita in cui si è in bilico tra il fanciullo e l’adulto. Il risultato è un romanzo in bilico tra l’incomprensibile e il riprovevole.

La vicenda narrata è quella di Laura Chant, quattordicenne strafiga d’antan sotto mentite spoglie. Suo fratello minore viene colpito da una maledizione e la sua unica salvezza sarà Laura, opportunamente trasformata in una strega. Colui che la introdurrà nel mondo della magia è Sorensen, cattivo ragazzo d’antan con una madre e una nonna quanto meno bizzarre.

A differenza del castigato Edward Cullen, Sorensen, o Sorry (!), come lo chiama Laura, non fa altro che parlare di sesso. L’idea che mi sono fatta è che servisse a mascherare una disfunzione erettile. Nella migliore delle ipotesi, naturalmente. Nella peggiore, era soltanto un maniaco.

Infatti, nella sua ansia di descrivere le prime esperienze sessuali (almeno credo), la Mahy fa palpare il seno di Laura a Sorry. Così, a caso. Per quanto è rilevante ai fini della trama, o anche solo allo sviluppo dei personaggi e della loro relazione, potevano pure bersi una limonata fresca. Pensate forse che i due rimuginino su quanto avvenuto? Ma manco per idea! La prima palpatina è andata, passiamo ad altro, va’!

E l’altro consiste in alcune perle di saggezze delle quali avrei francamente fatto a di meno.

”Sono un grande ammiratore di Berkeley, il vescovo Berkeley, conosci? Saprò misurarmi con qualunque molestatore basandomi sulla teoria che essi sono solo delle idee nella mente di Dio: sicché, dato che i molestatori sono probabilmente atei, smetteranno di credere in se stessi e cesseranno di esistere.”

Chissà come se la giocherebbe la Mahy con i preti pedofili… Ah, già! Non esistono. Piazzate questa importante rivelazione tra “i musulmani sono terroristi” e “i comunisti mangiano i bambini”.

[…] e solo dieci giorni più tardi una studentessa del settimo anno, bruttina e grassottella, Jacynth Close, era stata malmenata e violentata tra gli alberi che orlavano la Riserva di Gardendale. A scuola circolavano battute crudeli su quanto doveva essere disperato quel violentatore, ma Laura era inorridita dall’ingiustizia del mondo: se mai un vantaggio c’era, nella bruttezza di Jacynth, doveva essere quello di salvarla da tanta brutalità, e invece non le era servito.

Non so da dove cominciare tanto è il disagio che mi mette addosso questo brano. Il pensiero di Laura avrebbe dovuto essere compassionevole? È rivoltante.

Non paga, poi, la Mahy rincara pure la dose: Ancora non si abituava, Laura, alle nuove, e per certi versi vistose, fattezze femminili che cominciavano da poco a sbocciare sul suo corpo di bambina, ma era costretta ad accettarne vantaggi e inconvenienti, nonché gli obblighi di cautela che le accompagnavano.

La cautela è consigliata a chiunque cammini in una strada buia, deserta e malfamata. Bambine o bambini, ragazzine o ragazzini, donne o uomini non fa differenza, purtroppo. Spero fortemente che la Mahy non volesse dire che è meglio bandire scollature e minigonne.

E ancora: ”Non ti pare un po’ tardi, Chant, per far visita a un uomo nei suoi appartamenti?”

Questo è puro stile alla Edward Cullen: ridicolmente antiquato. Vorrebbe suonare inquietante e vagamente minaccioso, come si suppone che dovrebbe essere un cattivo ragazzo dal cuore di marzapane, ma il risultato è risibile.

”[…] anzi, taluni sostengono che perfino l’estremo, rantolante minuto, per doloroso che sia, ci permette di concludere la nostra esistenza nella grazia spirituale.”

Oh, un po’ di insana cultura del dolore mi mancava proprio. Sai, Mahy, la gente dovrebbe essere libera di scegliere sul suo fine vita. C’è anche chi non crede nella grazia spirituale e vorrebbe morire con dignità. E c’è anche chi ci crede e vorrebbe comunque risparmiarsi inutili sofferenze. Così, tanto per dire. Da un libro rivolto a ragazzi dagli undici anni mi sarei aspettata un insegnamento alla scelta libera e consapevole, non la solita ramanzina moralista che, in realtà, non insegna un tubo.

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