Buon inizio di settimana a tutti e tutte! ^^

Oggi ho scelto una citazione da I versi satanici di Salman Rushdie: lo finito la scorsa settimana e l’ho trovato pieno di spunti di riflessione interessanti.

Chi è? Un esule. Parola da non confondere, da non permettere che sia scambiata, con tutte le altre che la gente adopera: emigrato, espatriato, profugo, immigrante, silenzio, astuzia. Esule è il sogno di un ritorno glorioso. Esule è la visione di una rivoluzione: l’Elba, non Sant’Elena. È un paradosso senza fine: guardare avanti guardandosi sempre indietro. L’esule è una palla lanciata nell’aria. Resta lì, immobilizzata nel tempo, trasposta in una fotografia; totalmente bloccato, assurdamente sospeso sulla sua terra natia, attende il momento inevitabile in cui la fotografia comincerà a muoversi, e la terra a reclamare ciò che le appartiene. Questo pensa l’Imam. La sua casa è un appartamento in affitto. È una sala d’aspetto, una fotografia, aria.

I versi satanici non è solo un romanzo straordinario, ricchissimo di immagini e invenzioni, ma è anche un libro che ha diviso l’opinione pubblica mondiale, dando origine a un caso letterario senza precedenti. La storia che viene descritta è un meraviglioso cocktail di realismo e fantasia, una vicenda magica in cui due viaggiatori, miracolosamente scampati a un disastro aereo, si vedono trasformati l’uno in una creatura angelica e l’altro in un essere diabolico. Ormai simboli del Bene e del Male, i due si affronteranno nella più antica e inevitabile delle battaglie, una lotta senza esclusione di colpi destinata a protrarsi in eterno nel tempo e nello spazio, dai più sperduti villaggi indiani alla Londra contemporanea. Un abbagliante mosaico di allegria e disperazione, di finzione e verità.

Che ne pensate? Vi ispira la lettura di questo romanzo, o l’avete già letto? 🙂

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